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IMMIGRAZIONE. LA CLASS ACTION SUL DIRITTO DI CITTADINANZA AGLI IMMIGRATI La carta vincente Cgil, Inca e Federconsumatori ottengono dal Tar del Lazio una sentenza di condanna per i ritardi con cui il ministero dell’Interno conclude la procedura di riconoscimento della cittadinanza agli stranieri. Lisa Bartoli A ncora un’altra sentenza dà forza a coloro che non si rassegnano all’idea di una Italia che non vuole gli immigrati e che fa di tutto per respingerli. Dopo quella di settembre dello scorso anno contro i ritardi della pubblica amministrazione nell’espletare le procedure di rilascio dei titoli di soggiorno, il Tar del Lazio ritorna sull’argomento immigrazione, per censurare questa volta il comportamento del ministero dell’Interno che sembra proprio voler tentare ogni pasticcio burocratico, pur di ritardare il riconoscimento della cittadinanza italiana alle persone straniere, con tanto di requisiti richiesti dalla normativa del nostro paese. Un argomento spinoso, quello della domanda di nuovi cittadini italiani, sulla quale la giustizia scrive un’altra pagina che dovrebbe far riflettere soprattutto i politici più riottosi a legiferare per favorire una reale integrazione sociale. La sentenza, depositata in segreteria il 26 febbraio scorso, oltre a intimare il rispetto dei termini di legge per le legittime istanze finalizzate al riconoscimento del diritto di cittadinanza, ordina al ministero di trovare le soluzioni idonee affinché vengano rimossi gli ostacoli amministrativi che impediscono il riconoscimento del diritto entro i parametri temporali stabiliti dalla legge. Tutte e due le sentenze scaturiscono da specifiche class action avviate dalla Cgil, dall’Inca e dalla Federconsumatori a febbraio 2012. “Quest’ultima sentenza rappresenta un risultato importantissimo – spiega Morena Piccinini, presidente Inca – che certamente non risolve totalmente i problemi degli immigrati, ma fa fare al nostro paese un passo decisivo verso una loro effettiva integrazione.” A seguito di questo pronunciamento, il ministero dell’Interno ha un anno di tempo per adeguarsi, dopo di che, se non modifica le procedure, i cittadini potranno chiedere giudizi di ottemperanza. E anche quando, entro sei mesi, la pubblica amministrazione dovesse fare appello al Consiglio di Stato, contro la decisione del Tar del Lazio, questo passaggio non sospenderebbe l’esecutività della sentenza. In altre parole, non ci sono più alibi: o la pubblica amministrazione si adegua modificando il suo modo di agire, oppure sarà sempre la giustizia a intervenire. Le stesse organizzazioni promotrici di queste due class action promettono di voler proseguire fino a quando non verrà cancellata ogni tipo di discriminazione ai danni delle persone straniere. Sia per l’argomento trattato che per le modalità con le quali si è giunti a questo risultato, la sentenza del Tar rappresenta sotto il profilo giuridico una innovazione che avrà delle ricadute importanti: per quanto riguarda il riconoscimento della cittadinanza, al di là delle correnti di pensiero tra chi vorrebbe impedire nuovi ingressi nel nostro bel paese e chi, invece, da anni sostiene la necessità di rivedere la legge Bossi-Fini, è un pronunciamento che incoraggia un cambiamento di clima attorno al problema dell’immigrazione, che non può essere identificato come una questione di ordine pubblico; né relegato a margine dell’agenda politica del paese. Sotto il profilo giurisprudenziale, invece, è una sentenza che riconosce finalmente la class action, come strumento legittimo per difendere e promuovere i diritti delle persone. Nel ripercorrere le tappe di questo pronunciamento, non si possono, infatti, sottovalutare i tentativi della pubblica amministrazione di ostacolare, in ogni modo, l’accoglimento dell’azione collettiva da parte del Tar. “Prima di arrivare a sentenza – riferisce Luca Santini, della consulenza legale dell’Inca – ci siamo trovati di fronte ad una vera e propria selva di eccezioni, tutte finalizzate a far decadere la class action. Si è cercato di proporre, per esempio, una interpretazione della norma di legge che prevedeva l’emanazione di semplici circolari.” Tra le tante eccezioni, riferisce il legale dell’Inca, una è stata quella di tentare di dimostrare che la situazione dei 109 stranieri ricorrenti, per i quali si chiedeva di ricorrere all’azione collettiva, fosse la somma di tanti casi isolati e non l’espressione sintomatica di una costante violazione del diritto che riguarda tutti gli stranieri nelle stesse condizioni. Un altro tentativo per cercare di ottenere la delegittimazione della class action, è stato quello di considerare superate le ragioni del contendere quando, mentre era in corso l’esame di ammissibilità dell’azione collettiva da parte del Tribunale amministrativo del Lazio, ad alcuni degli stranieri ricorrenti, nel frattempo, era arrivata l’agognata risposta da parte della pubblica amministrazione. “Invece – spiega Santini – siamo riusciti a convincere il Tar che la posizione individuale di ognuno di loro era SEGUE A PAGINA 18 I. R. al numero 10/2014 di Rassegna Sindacale Riprendiamoci il futuro C i sono voluti anni e anni di battaglie per ottenere una legislazione che tuteli i genitori che lavorano, ma in un contesto di crisi grave come quella che stiamo vivendo, anche le migliori leggi rischiano di restare nel cassetto. Le famiglie sono costrette a equilibrismi esistenziali per assicurare la cura dei propri figli, troppo spesso incompatibili con lavori sottopagati o per nulla tutelati. Genitori che sono in forte difficoltà nel trovare prima, e nel mantenere poi, il posto di lavoro. La flessibilità, esercitata dai datori di lavoro a senso unico, è diventata sinonimo di precarietà, di carriere frammentate, di contratti di lavoro che definire semplicemente atipici è un eufemismo perché nascondono condizioni spesso intollerabili, dove le tutele sono ridotte al minimo, o proprio non esistono. Le dimissioni in bianco, pur vietate dalla legge, sono una pratica ancora ben diffusa e rappresentano una delle principali cause di “maternità negate” alle tante donne che, nonostante le difficoltà, desiderano avere figli. Non può stupire, quindi, che nel nostro paese la maternità sia vissuta come un ostacolo, piuttosto che un’opportunità, e che la rinuncia a diventare genitori si sia tradotta in una scelta obbligata. Le mamme sono costrette a rinunciare al lavoro già dopo il primo figlio; tanto meno possono permettersi una seconda gravidanza. Le statistiche continuano a mostrarci un paese a crescita zero e con una propensione alla denatalità che nell’immediato futuro provocherà squilibri gravissimi. Senza i figli delle lavoratrici immigrate, infatti, l’Italia rischia di trasformarsi in un paese di sole vecchie generazioni, con un impatto sociale ed economico drammatico che rischia di diventare irreversibile. È per queste ragioni che diffondere la conoscenza di ciò che le leggi impongono in termini di tutela dei genitori è importantissimo, affinché le mamme e i papà che lavorano, sia di oggi che di domani, ritrovino la fiducia verso uno Stato di diritto, che non può e non deve abdicare al ruolo di garante del benessere delle lavoratrici e dei lavoratori permettendo loro di progettare il futuro. La guida dell’Inca dedicata alle mamme e papà che lavorano, diffusa in occasione dell’8 marzo, insieme all’inserto speciale di Rassegna sindacale, ha lo scopo di far conoscere in modo semplice e diretto le diverse opportunità che ci offre il quadro legislativo e contrattuale italiano per permettere ai genitori, che non hanno nessuna intenzione di rinunciare a crescere insieme ai loro figli, di sfruttare al massimo ogni possibilità. L’Inca, nel suo lavoro quotidiano di tutela individuale, ha da sempre mostrato una capacità di ascolto dei bisogni delle persone, fino a promuovere azioni legali che hanno influenzato in modo significativo la normativa sulla maternità e paternità, affinché non vengano disattese le leggi, per garantire l’effettiva esigibilità dei diritti e per promuovere la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Morena Piccinini presidente Inca INCAesperienze-03_ok 07/03/14 11:28 Pagina 16

IMMIGRAZIONE. LA CLASS ACTION SUL DIRITTO DI … · 2014-03-07 · IMMIGRAZIONE. LA CLASS ACTION SUL DIRITTO DI CITTADINANZA AGLI IMMIGRATILa carta vincente Cgil, Inca e Federconsumatori

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IMMIGRAZIONE. LA CLASS ACTION SUL DIRITTO DI CITTADINANZA AGLI IMMIGRATI

La carta vincenteCgil, Inca e Federconsumatori ottengono dal Tar del Lazio una sentenza di condanna per i ritardi con cui il ministero dell’Interno concludela procedura di riconoscimento della cittadinanza agli stranieri.

Lisa Bartoli

A ncora un’altra sentenza dàforza a coloro che non sirassegnano all’idea di unaItalia che non vuole gli

immigrati e che fa di tutto perrespingerli. Dopo quella di settembredello scorso anno contro i ritardi dellapubblica amministrazione nell’espletarele procedure di rilascio dei titoli disoggiorno, il Tar del Lazio ritornasull’argomento immigrazione, percensurare questa volta ilcomportamento del ministerodell’Interno che sembra proprio volertentare ogni pasticcio burocratico, purdi ritardare il riconoscimento dellacittadinanza italiana alle personestraniere, con tanto di requisiti richiestidalla normativa del nostro paese. Unargomento spinoso, quello delladomanda di nuovi cittadini italiani, sullaquale la giustizia scrive un’altra paginache dovrebbe far riflettere soprattutto ipolitici più riottosi a legiferare perfavorire una reale integrazione sociale. La sentenza, depositata in segreteria il26 febbraio scorso, oltre a intimare ilrispetto dei termini di legge per lelegittime istanze finalizzate alriconoscimento del diritto dicittadinanza, ordina al ministero ditrovare le soluzioni idonee affinchévengano rimossi gli ostacoliamministrativi che impediscono ilriconoscimento del diritto entro iparametri temporali stabiliti dalla legge.Tutte e due le sentenze scaturiscono daspecifiche class action avviate dalla Cgil,dall’Inca e dalla Federconsumatori afebbraio 2012. “Quest’ultima sentenzarappresenta un risultato importantissimo– spiega Morena Piccinini, presidente

Inca – che certamente non risolvetotalmente i problemi degli immigrati,ma fa fare al nostro paese un passodecisivo verso una loro effettivaintegrazione.” A seguito di questopronunciamento, il ministerodell’Interno ha un anno di tempo peradeguarsi, dopo di che, se non modificale procedure, i cittadini potrannochiedere giudizi di ottemperanza. Eanche quando, entro sei mesi, lapubblica amministrazione dovesse fareappello al Consiglio di Stato, contro ladecisione del Tar del Lazio, questopassaggio non sospenderebbel’esecutività della sentenza. In altreparole, non ci sono più alibi: o lapubblica amministrazione si adeguamodificando il suo modo di agire,oppure sarà sempre la giustizia aintervenire. Le stesse organizzazionipromotrici di queste due class actionpromettono di voler proseguire fino aquando non verrà cancellata ogni tipodi discriminazione ai danni dellepersone straniere. Sia per l’argomento trattato che per lemodalità con le quali si è giunti aquesto risultato, la sentenza del Tarrappresenta sotto il profilo giuridicouna innovazione che avrà delle ricaduteimportanti: per quanto riguarda ilriconoscimento della cittadinanza, al dilà delle correnti di pensiero tra chivorrebbe impedire nuovi ingressi nelnostro bel paese e chi, invece, da annisostiene la necessità di rivedere la leggeBossi-Fini, è un pronunciamento cheincoraggia un cambiamento di climaattorno al problema dell’immigrazione,che non può essere identificato comeuna questione di ordine pubblico; nérelegato a margine dell’agenda politica del paese. Sotto il profilo

giurisprudenziale, invece, è unasentenza che riconosce finalmente laclass action, come strumento legittimoper difendere e promuovere i dirittidelle persone. Nel ripercorrere le tappe di questopronunciamento, non si possono,infatti, sottovalutare i tentativi dellapubblica amministrazione di ostacolare,in ogni modo, l’accoglimentodell’azione collettiva da parte del Tar.“Prima di arrivare a sentenza – riferisceLuca Santini, della consulenza legaledell’Inca – ci siamo trovati di fronte aduna vera e propria selva di eccezioni,tutte finalizzate a far decadere la classaction. Si è cercato di proporre, peresempio, una interpretazione dellanorma di legge che prevedeval’emanazione di semplici circolari.” Trale tante eccezioni, riferisce il legaledell’Inca, una è stata quella di tentaredi dimostrare che la situazione dei 109stranieri ricorrenti, per i quali sichiedeva di ricorrere all’azionecollettiva, fosse la somma di tanti casiisolati e non l’espressione sintomaticadi una costante violazione del dirittoche riguarda tutti gli stranieri nellestesse condizioni. Un altro tentativo percercare di ottenere la delegittimazionedella class action, è stato quello diconsiderare superate le ragioni delcontendere quando, mentre era incorso l’esame di ammissibilitàdell’azione collettiva da parte delTribunale amministrativo del Lazio, adalcuni degli stranieri ricorrenti, nelfrattempo, era arrivata l’agognatarisposta da parte della pubblicaamministrazione. “Invece – spiegaSantini – siamo riusciti a convincere ilTar che la posizione individuale diognuno di loro era • SEGUE A PAGINA 18I. R

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Riprendiamociil futuro

Ci sono voluti anni e anni di battaglieper ottenere una legislazione chetuteli i genitori che lavorano, ma in

un contesto di crisi grave come quella chestiamo vivendo, anche le migliori leggirischiano di restare nel cassetto. Le famigliesono costrette a equilibrismi esistenziali perassicurare la cura dei propri figli, troppospesso incompatibili con lavori sottopagati oper nulla tutelati. Genitori che sono in fortedifficoltà nel trovare prima, e nel mantenerepoi, il posto di lavoro. La flessibilità, esercitata dai datori di lavoro asenso unico, è diventata sinonimo diprecarietà, di carriere frammentate, dicontratti di lavoro che definire semplicementeatipici è un eufemismo perché nascondonocondizioni spesso intollerabili, dove le tutelesono ridotte al minimo, o proprio non esistono.Le dimissioni in bianco, pur vietate dallalegge, sono una pratica ancora ben diffusa erappresentano una delle principali cause di“maternità negate” alle tante donne che,nonostante le difficoltà, desiderano avere figli. Non può stupire, quindi, che nel nostro paesela maternità sia vissuta come un ostacolo,piuttosto che un’opportunità, e che la rinunciaa diventare genitori si sia tradotta in unascelta obbligata. Le mamme sono costrette arinunciare al lavoro già dopo il primo figlio;tanto meno possono permettersi una secondagravidanza. Le statistiche continuano amostrarci un paese a crescita zero e con unapropensione alla denatalità chenell’immediato futuro provocherà squilibrigravissimi. Senza i figli delle lavoratriciimmigrate, infatti, l’Italia rischia ditrasformarsi in un paese di sole vecchiegenerazioni, con un impatto sociale edeconomico drammatico che rischia didiventare irreversibile.È per queste ragioni che diffondere laconoscenza di ciò che le leggi impongono intermini di tutela dei genitori è importantissimo,affinché le mamme e i papà che lavorano, siadi oggi che di domani, ritrovino la fiducia versouno Stato di diritto, che non può e non deveabdicare al ruolo di garante del benesseredelle lavoratrici e dei lavoratori permettendoloro di progettare il futuro. La guida dell’Inca dedicata alle mamme epapà che lavorano, diffusa in occasionedell’8 marzo, insieme all’inserto specialedi Rassegna sindacale, ha lo scopo di farconoscere in modo semplice e diretto lediverse opportunità che ci offre il quadrolegislativo e contrattuale italiano perpermettere ai genitori, che non hannonessuna intenzione di rinunciare acrescere insieme ai loro figli, di sfruttare almassimo ogni possibilità. L’Inca, nel suo lavoro quotidiano di tutelaindividuale, ha da sempre mostrato unacapacità di ascolto dei bisogni delle persone,fino a promuovere azioni legali che hannoinfluenzato in modo significativo la normativasulla maternità e paternità, affinché nonvengano disattese le leggi, per garantirel’effettiva esigibilità dei diritti e per promuoverela conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Morena Piccininipresidente Inca

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Doveva essere unacertezza data peracquisita, ma cosìancora non è.Nonostante la

legge di stabilità 2014 abbiaprevisto l’estensione del dirittoalla social card agli immigratipiù poveri, cittadini comunitario extracomunitari titolari diuna carta di soggiorno, ancoroggi viene di fatto impeditoloro anche solo di presentarele domande. L’Inps, incaricatodi pagare il contributo diottanta euro ai più bisognosi,e le poste, che devonoraccogliere le richieste, nonavendo adeguato le procedureinformatiche, di fatto,impongono unainterpretazione della normasbagliata, che diventadiscriminatoria, facendosopravvivere il requisito delpossesso della cittadinanzaitaliana, come conditio sinequa non, che pure la legge distabilità non contempla. Dopo le denunce di A.S.G.I. edell’Inca, adesso arriva unaformale diffida avviata dallaCgil e dal suo patronatocontro Inps, Poste e ministerodell’Economia e delle Finanze,responsabili “dei mancati“adeguamenti procedurali – silegge nel documento –indispensabili alla pienarimozione della disparità ditrattamento denunciata dallaCommissione europea eprontamente rimossa dallegislatore”. La scelta diriconoscere il diritto a questaprestazione, infatti, non nasceda un atto di liberalità delnostro paese verso gliimmigrati, ma da unaprocedura di infrazione apertacontro l’Italia dallaCommissione europea (n.2013/4009) che ha definitodiscriminatoria la decisione didestinare la misura di sostegnoeconomico, previstadall’articolo 81 del decretolegge 112/2008, solo aicittadini italiani, imponendoalle istituzioni nazionali dicorreggere la norma. Per

l’Europa, quindi, non ci sonodubbi: i cittadini stranieridevono essere trattati al paridi quelli italiani; e non cipossono essre deroghe. È stato questo atto dellaComunità europea, che hacostretto il precedente governoLetta a inserire nella legge distabilità una norma correttivain senso estensivo dei criteridi accesso al diritto,prevedendo in modoparticolare la concessione delbeneficio, non solo ai cittadiniitaliani, in condizione dibisogno, ma anche aglistranieri. Ma andiamo perordine. La social card (o cartaacquisti) è una carta prepagatasulla quale lo Stato carica ognidue mesi ottanta euro, che poii titolari possono spendere per

comprare generi alimentari,pagare medicinali e bollettedella luce e del gas. È unaforma di sostegno al redditodestinata a chi ha almeno 65anni, oppure a bambini minoridi 3 anni, in questo caso iltitolare è il genitore, chehanno un reddito familiarebasso. Il parametro diriferimento, come al solito, èl’indicatore di situazioneeconomica equivalente, chedeve essere inferiore a untetto stabilito dalla legge ecertificato dallo stesso Isee. Fino a oggi la social card èstata riservata ai cittadiniitaliani residenti in Italia.Adesso però la legge distabilità 2014, cioè la manovrafinanziaria, ha esteso ilbeneficio anche a cittadini “di

Stati membri dell’UnioneEuropea, ovvero familiari dicittadini italiani o di Statimembri dell’Unione europeanon aventi la cittadinanza diuno Stato membro che sianotitolari del diritto di soggiornoo del diritto di soggiornopermanente, ovvero stranieri inpossesso di permesso disoggiorno Ce per soggiornantidi lungo periodo”. Nessuncenno, quindi, al requisitodella cittadinanza italiana.Eppure, a partire dal primogennaio, data di entrata invigore della legge n. 147/2013(art. 1, comma 216), moltistranieri in stato di bisogno,che si sono recati alle poste, aipatronati o ai Caaf perpresentare la regolaredomanda e ottenere la social

card, si sono visti respingere laloro richiesta, perché il sistemainformatico le rifiuta. Leprocedure telematiche di Inpse dell’ente Poste non sonostate aggiornate e, quindi, lamodulistica non prevede lapossibilità per uno straniero,che non dichiari il possessodella cittadinanza italiana, diperfezionare la domanda. Ivalori ammessi dal sistemaelettronico sono soltanto ‘I’,‘IT’ o ‘ITA’. “Si tratta dipersone in particolaricondizioni di necessità –spiega Claudio Piccinini,coordinatore degli ufficiimmigrazione dell’Inca – e ilritardo con il quale leprocedure vengono aggiornateè grave ed eticamenteinsopportabile”. È altresìincomprensibile che, visti iritardi, non siano statepredisposte procedurealternative per il recepimentodelle richieste. “Peraltro –continua Piccinini – la mancatafruibilità del beneficio, oltre adassumere l’aspetto di una beffaproprio nei confronti dellepersone più deboli, espone loStato italiano ad altreprocedure di infrazione chenon si disattivano conl’approvazione della legge, masolo quando il diritto diventaeffettivamente disponibile”. Perora c’è solo una norma scrittache non viene rispettata da chiha il dovere di applicarla euna diffida della Cgil edell’Inca che sottolineanoquanto sia rilevantissimo ildanno subito dagli utenti,privati come sono, del diritto aricevere l’erogazione previstadalla legge, senza neppureavere la possibilità didimostrare, come sarebbe lorodiritto, almeno la circostanzadell’avvenuta presentazionedella domanda. “In altritermini – si legge nella diffida–, il diritto a ricevere la socialcard, con riguardo allemensilità già trascorse, rischiadi essere pregiudicato in viadefinitiva, senza neppure lapossibilità di ricorrere

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Nonostante la legge di stabilità abbia esteso agli immigrati più poveri il diritto alla “carta acquisti”, le procedure informatiche di Inps e Poste respingono le richieste perché non aggiornate. Avviata una diffida di Cgil e Inca.

IMMIGRAZIONE/2. LA SOCIAL CARD PER GLI STRANIERI

Diritto non praticabile

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A/BU

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ISTA

sintomatica di una consuetudineben più estesa di violazionesistematica delle norme di legge”.

Dopo un attento esame delladocumentazione fornita dai legali di Cgil,Inca e Federconsumatori, anche per il Tardel Lazio è svanito ogni dubbio sullafondatezza del ricorso, riconoscendo, silegge nella sentenza, la "violazionegeneralizzata dei termini di conclusionedel procedimento sull’istanza di rilasciodella concessione della cittadinanzaitaliana e intimando al ministerodell’Interno di "porre rimedio a talesituazione mediante l’adozione degliopportuni provvedimenti entro il terminedi un anno dalla sentenza”. Il pronunciamento del Tribunaleamministrativo dà quindi ragione alleorganizzazioni promotrici della classaction che da anni denuncianodiscriminazioni inaccettabili e ingiustificatia danno degli stranieri che lavorano evivono in Italia. Pur in mancanza di daticerti circa il numero complessivo delledomande di cittadinanza – avverte PieroSoldini, dell’area immigrazione Cgil –secondo una stima dello stesso ministerodell’interno, ad oggi, ci sono circa 300mila richieste, ma mediamente ogni anno

la macchina amministrativa pubblica riescea lavorare soltanto 50 mila pratiche. E c’èchi aspetta addirittura 6 anni, prima divedere un risultato concreto”. Da questaincapacità procedurale scaturiscono itempi di attesa che, invece, sono unacertezza matematica per i tanti, troppi,immigrati che chiedono la cittadinanzaitaliana. I 730 giorni imposti dal Dpr362/92, entro i quali ottenere rispostadalla pubblica amministrazione, sonoampiamente superati nella prassi: inmedia si attendono 1.000, 1.500, 1.700giorni, che, tradotti in altri termini,significano tre, quattro, cinque anni dallapresentazione della domanda. “Unasituazione inaccettabile – spiega ClaudioPiccinini, coordinatore degli ufficiimmigrazione dell’Inca – che, di fatto,limita le opportunità di quanti potrebberoaccedere a concorsi pubblici, votare alleelezioni politiche, amministrative,viaggiare senza dover chiedere visti, inpoche parole concorrere appieno allasocietà civile in qualità di nuovo italiano”. Con questa sentenza, il ministerodell’Interno ha un anno di tempo pertrovare le soluzioni che consentano diannullare i ritardi nella conclusione degliiter delle domande di cittadinanza. Alcune

proposte sono già state indicate nellastessa class action. Per esempio, leorganizzazioni promotrici dell’azionecollettiva rivendicano il giusto utilizzodelle risorse derivanti dal pagamento dellatassa di 200 euro imposta ad ognirichiedente la cittadinanza italiana, che, così come prevede la legge,dovrebbero essere finalizzate allo scopo direndere maggiormente efficiente laprocedura di riconoscimento del diritto.Ma non solo; per l’Inca occorre eliminareconsuetudini burocratiche cherappresentano delle vere e propriepastoie; spesso e volentieri dagli stranierisi pretende la presentazione didocumentazione inutile o, addirittura, laripresentazione di certificati che, a causadei ritardi e delle responsabilità degli enticoinvolti, nel frattempo scadono. Non c’è da parte dei promotori della classaction nessuna dichiarazione di guerra, masarebbe auspicabile l’istituzione un tavolodi confronto con il ministero dell’Internoper individuare le soluzioni idoneefinalizzate a rimuovere le cause deidisservizi e per restituire la certezza deldiritto ai cittadini stranieri, che chiedonosemplicemente di far parte, a pieno titolo,della nostra comunità. •

Bartoli DA PAG. 17 La carta vincente

facilmente all’autoritàgiudiziaria o di richiedere ilrimborso degli arretrati in viaamministrativa, non appena ildisguido tecnico fosse risolto”.Una prospettiva inaccettabileper Cgil e Inca che può essereevitata solo se Inps e Posterimuoveranno consollecitudine gli ostacoliapplicativi, adeguando isoftware in loro dotazione,consentendo la presentazionedelle domande e fornendo,attraverso l’emanazione dicircolari, le istruzioninecessarie alle loro strutture.Per riparare ai danni già subitidagli aventi diritto, sarebbeauspicabile anche che fossegarantito loro il riconoscimentodella social card con effettoretroattivo, a partire dai mesitrascorsi durante i quali nonhanno potuto usufruiredell’aiuto economico. Se siprotrarranno ancora i ritardi,avvertono Inca e Cgil, sarannoesperite tutte le azioni legali,in sede civile, amministrativa e penale, compresal’individuazione dei funzionarie/o dei dirigenti responsabilidell’inadempimento e/o dellamancata o ritardata erogazionedei benefici dovuti. L.B.

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Quando loscorso annola Corte digiustiziaeuropea

ha stabilito il dirittodelle personeche hanno contrattomalattie gravi a seguitodi trasfusioni di sangueinfetto, ad avere lacompleta rivalutazionedell’indennizzoeconomico previsto dalla legge n. 210/92,avevamo cantato vittoria.Molti dei ricorsi giunti aStrasburgo sono stati,infatti, attivati dall’Inca.Ora, inchiodato alle sueresponsabilità, ilgoverno Letta hastanziato, nella legge distabilità 2014, 50 milionidi euro per il biennio2014/2015 per coprire laspesa. Una magraconsolazione seraffrontata allesofferenze che da diversidecenni hanno subito letante, troppe vittime diuna delle pagine piùvergognose della storiadel nostro paese. Stiamo parlando di quelpopolo di “invisibili”che da ormai diversianni conduce la propriabattaglia nei confronti diuno Stato che, seppurriconosciutoresponsabile, non si è

mai attivato per renderegiustizia verso queicittadini che hannosubito un grave torto.Anzi, in tutti questianni, nei casi in cui loStato ha ammesso leproprie colpe per nonaver assicurato uncontrollo accurato sullesacche di sangueiniettate nei pazienti, ha,di fatto, ritardato, senon addiritturaosteggiato, qualunquemisura che portasse allegittimo risarcimentoeconomico a favoredelle personedanneggiate. Quella del sangueinfetto è una dellevicende italiane piùodiose della primaRepubblica; un fatto diassoluta drammaticità,accaduto a cavallo degli anni ‘80 e ‘90, cheha coinvolto unnotevole numero dipersone e, a distanza dianni, nonostante icontinui tentativid’insabbiamento, laquestione è ancoraaperta. Parecchicittadini, infatti, inquegli anni, a seguito divaccinazioniobbligatorie, trasfusionidi sangue esomministrazione diemoderivati infetti noncontrollati dal Serviziosanitario nazionalefurono contagiati daivirus dell’epatite edell’HIV. Il sanguemesso in commercio,che è risultato essereinfetto, finì per colpiredecine di migliaia dipersone. Sangue, siscoprirà più tardi,acquistatoprobabilmente a bassocosto, di provenienzaillecita e fatto entrare inItalia con il quasi certobenestare delle diverseautorità preposte alcontrollo. Vale la penaripercorrere alcune fasidi questa drammatica,

quanto inquietantestoria. Nei primi anni90, l’aumentoesponenziale di infezionida HIV ed epatite Ccostrinsero l’alloragoverno, ad emanareuna legge (n. 210/92)per regolamentare ilriconoscimento di unindennizzo economico,versato dal ministerodella Salute, a coloroche avevano contrattomalattie (previaconclamazione accertata)derivanti da trasfusionidi sangue infetto. Fu ilprimo passo di unoStato colpevole, indottopiù per evitare quantepiù cause legali possibilipiuttosto che per unoscrupolo di coscienza. Infatti, con la legge fuperfezionato unmeccanismo complicatoper definire l’importodell’indennizzo, che non a caso, eracomposto di due parti:la prima, la menoconsistente, prevedevauna quota rivalutataannualmente in base altasso di inflazioneprogrammato; laseconda, che eraappunto l’Indennitàintegrativa speciale(I.I.S.), economicamentepiù rilevante, sganciatada qualsiasiadeguamento. In questomodo, le vittime delsangue infetto, nel corsodegli anni, hanno subitoun sostanzialeimpoverimento dellaprestazione economica aloro riconosciuta, fino adiventare poco più chesimbolica. Non si sa seper volontà, o per unasvista del legislatore, lalegge 210/92 nonspecificava chel’adeguamentodell’indennizzo dovesseessere fatto sull’interoimporto, comprendentele due parti dellaprestazione economica.Un bel risparmio per lecasse dello Stato, a

scapito delle sue stessevittime. Sta di fatto che questoha prodotto una serie diricorsi legali, conpronunciamenti dellaCorte di Cassazione, icui esiti non hannochiarito la questione.Anzi, mentre siaspettava un responsodefinitivo dalle Sezioniunite dell’Alta Corte, loStato, pur di aggirarel’impegno a pagare, haprovveduto ad emanareun’altra legge ad hoc(n.122/2010), con laquale negava larivalutazionedell’Indennità IntegrativaSpeciale. Un’altra durabotta per queste vittimeche, però, non si sonodate per vinte. Infatti,assistiti dagli avvocatiVittorio Angiolini ePaola Soragni, dellaconsulenza legaledell’Inca, si sono rivoltealla Corte Costituzionale,la quale, con la storicasentenza n. 293/2011,ha imposto il rispettodel diritto allarivalutazionedell’Indennità IntegrativaSpeciale. Secondo laConsulta, unainterpretazione contrariaa questo principio“sarebbe incostituzionalein quanto in nettocontrasto con l’articolo 3della Costituzione,essendo leso il principiodi uguaglianza tra isoggetti danneggiati”. Èstata una vera e propriasvolta, ma non ancorasufficiente per mettere laparola fine a questatriste vicenda. In un paese normale,quando il giudice delleleggi impone allegislatore di correggerei propri errori, neconsegue un attoparlamentare coerente eimmediato, ma così nonè stato da noi. Traburocrazia asfissiante,ritardi cronici neipagamenti, piccole

furbate legate alladecorrenza del diritto, ilpiù delle voltericonosciuto solo dalladata della sentenza dellaCorte Costituzionale,mancanza di fondi etante altri cavilli, hannoimpedito, ancora unavolta, l’esigibilità deidiritti delle personedanneggiate. Anche chiaveva ottenuto unasentenza favorevole perottenere l’agognatarivalutazionedell’indennizzo, inconsiderazione del fattoche i beni del ministeronon sono pignorabili, èrimasto in attesa o hadovuto promuovere ungiudizio di“ottemperanza” al Tar,per chiedere alTribunale amministrativola nomina di un’altraautorità che effettuasse ilpagamento, per contodel ministero,costringendo le vittimedi queste tragedie ad unulteriore esborsoeconomico per avviare leazioni legali. Siamo così giuntiall’ultimo capitolo diquesta vicenda. Loscorso anno, grazie adun altro ricorso si èarrivati alla Corteeuropea dei dirittidell’uomo di Strasburgoche, con la massimaautorevolezza, hariconosciuto il diritto allarivalutazione integraledella prestazione. Conquesto ultimopronunciamento, lo Statoitaliano avrà, da quandola sentenza diventeràdefinitiva, sei mesi ditempo per stabilire unadata inderogabile entrola quale pagarerapidamente le sommedovute. Di fronte aquesto scenario, ilministro della Sanità,Beatrice Lorenzin,riconfermatarecentemente nelgoverno Renzi alla guidadel dicastero, ha messo

subito le mani avanti,dichiarando che pergarantire il pagamentodi tutti gli arretrati agliaventi diritto “ènecessario reperireulteriori risorse che,secondo una stimaministeriale sono di circa100 milioni di euro”. Difronte a questa nuovaesigenza finanziaria,Lorenzin si è impegnataad avviare un’iniziativanecessaria affinché nellalegge di Stabilità fosseintrodotta una specificadisposizione idonea agarantire l’esecuzionedella sentenza dellaCorte europea”. Detto,fatto. Con la manovrafinanziaria 2014, tra glioltre 800 commi, inattuazione alla sentenzadella Corte europea deidiritti dell’uomo del 3settembre 2013, recantel’obbligo di liquidazionedegli importi maturati atitolo di rivalutazionedell’indennità integrativaspeciale ai titolaridell’indennizzo dellaLegge 210/92, ilGoverno Italiano hadisposto un incrementodi 50 milioni euro, parial 50% della stima delministero, per ciascunodegli anni 2014 – 2015.Ad oggi non è datosapere in che ordinesaranno messi inpagamento lerivalutazioni degliindennizzi e, soprattutto,neppure i tempi diattesa per i danneggiati.Data la gravità dellasituazione in cui versanoda diversi decenni lepersone colpite,sicuramente non si puòparlare di vittoria, mapiuttosto di una vicendavergognosa che si èprotratta per troppotempo, la cui soluzionesi sarebbe dovutatrovare ben prima esoprattutto senzal’ausilio del tribunaleeuropeo.

Roberto Scipioni

Dopola sentenzadella Corte di giustizia

europea, la legge

di stabilità 2014stanzia

50 milioni di euro per

la rivalutazionedell’Indennità

integrativaspeciale per

i danneggiati

L’ADEGUAMENTO DELL’INDENNIZZO PER LE VITTIME DA SANGUE INFETTO

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INCAesperienze-03_ok 07/03/14 11:28 Pagina 19

Sonia Cappelli

L’Aquila, 6 aprile2009, alle ore3.32 una scossadi magnitudo

6,3, provocò la morte ditrecentonove persone,milleseicento furono i feriti eoltre sessantacinquemila glisfollati. La stima dei danni fudi dieci miliardi di euro. Tra le vittime, molti giovaniuniversitari che alloggiavanopresso la casa dello studente(quasi interamente distrutta)o in case in affitto del centrostorico. 8 gennaio 2014,l’operazione “Do ut des”(che in latino significa “io doaffinché tu dia) avviata dallasquadra mobile de L’Aquilamette in luce un sistema ditangenti che, tra il settembre2009 (quattro mesi dopo ilterremoto) e il luglio 2011,veniva utilizzato per ottenereappalti relativi a lavori dimessa in sicurezza degliedifici danneggiati dal sisma.Le accuse, avanzate neiconfronti di dirigenti dellaAsl, assessori comunali,direttori del settoreRicostruzioni del comuneaquilano e imprenditori,vanno dal millantato creditoalla corruzione, dalla falsitàmateriale e ideologica,all’appropriazione indebita. I riflettori della stampanazionale si sono così riaccesi su L’Aquila e il post-terremoto, ma non certoper mettere in luce quelleazioni positive cosìindispensabili in una cittàancora tanto martoriata. Daquel lontano 6 aprile, la città,infatti, ha continuato atremare sotto il pesodell’indifferenza delleistituzioni nazionali chehanno stanziato milioni dieuro per progetti senzasenso. Fra i tanti, ricordiamolo stanziamento dinovecentomila euro per latrasformazione dell’aeroportodei Parchi, adibito per i volisportivi, in uno scalo, e didue milioni di euro per larealizzazione delle strade diaccesso, recinzioni eristrutturazione degli edifici,per accogliere gli illustriospiti nel vertice del G8,organizzato dall’allorapresidente del consiglioBerlusconi, per il “rilancio alivello internazionale dellezone colpite dal terremoto”.Ultimo, nell’ordinecronologico, lo scandalo distrutture sociali di primariaimportanza, come i centriantiviolenza, abbandonati allemacerie o addirittura «usati»come specchio per le allodoleper tentare acrobaticheoperazioni immobiliari.Fortunatamente da tantainfamante corruzione èemersa la parte miglioredell’Italia, rappresentata dastrutture e associazioni, che sisono contraddistinte per illoro intervento umanitario infavore della popolazione dei

tanti piccoli e piccolissimipaesi colpiti dal sisma. Traqueste, è spiccata sicuramentel’Inca che, con i suoioperatori, già nei primissimigiorni dopo il tragicoterremoto, era presente nelletendopoli allestite dallaProtezione civile per fornirele prime informazioni, leprime consulenze in materiaprevidenziale e assistenziale.In tanti mesi sono statiallestiti uffici mobili, chehanno permesso agli operatoridell’Inca di raggiungere piùfacilmente gli sfollati,temporaneamente ospitatinegli alberghi e/o nelle nuoveconcentrazioni abitative. Un lavoro massacrante, nonsolo dal punto di vista fisico,perché il dolore, il senso dismarrimento, l’angoscia dipersone che hanno perduto iloro cari, le case, i posti dilavoro si è riversato suisindacalisti della tutelaindividuale del patronato,esponendoli ad un carico distress emotivo nonindifferente. Un caricocondiviso peraltro, in unincredibile atto di solidarietàumana, da tanti altri e altreoperatrici dell’Incaprovenienti dalle altre regioniitaliane, che hanno svolto unruolo importante. Bastipensare che a soli cinquemesi dall’evento più di

diecimila sono state lepersone che si sono rivolteagli sportelli mobili delpatronato della Cgil, oltrequattromilacinquecento lepratiche avviate perl’ottenimento della cassaintegrazione, della indennitàdi disoccupazione, dellepensioni, delle invaliditàcivili, dei rimborsi perl’autonoma sistemazione, delrisarcimento per infortuni emalattia professionale.Da non dimenticare anche, inseguito ad un allarme lanciatodall’Università aquilana,l’indagine epidemiologicaavviata nel 2011, peranalizzare e valutare nonsoltanto i danni fisici dellapopolazione, ma anche quelliinvisibili che hanno investitola sfera psichica dellepersone. Infatti, ai dannitangibili, si sono sommati,poco per volta, anchesintomatologie comunquericonducibili allo stresssubito, come disturbi delsonno, dell’umore, aumentodella patologie cardiache odiabetiche. Attraverso ladistribuzione di questionari siè riusciti a far emergere idanni “altri” subiti dallapopolazione, permettendoall’Inca di intervenire per chiedere alle istituzioni la necessaria assistenzasanitaria e ottenere

il giusto risarcimento.Un’attività, dunque, a tuttocampo, che ha fattoconoscere l’Inca anche tra chinon era al corrente della suaesistenza. “Ne è unaeccellente testimonianzal’incredibile numero dipersone che si sonopresentate ai nostri sportelli,tanto da indurci – diceRoberto Pipitone, direttoredell’Inca dell’Aquila – atrovare una qualche soluzioneper sfoltire le code e pergarantire servizi più efficienti,senza disparità di trattamentotra un utente e l’altro”. Unmiracolo di questi tempi peruna regione come l’Abruzzoche ancor oggi paga unprezzo salatissimo del tragicoterremoto di cinque anni fa. Proprio da questa terramartoriata, il patronato hadeciso di rinnovarsiricorrendo anche alle nuovetecnologie. Parte da L’Aquilal’iniziativa informatica che ha contribuito a ridurrele attese presso gli uffici dipatronato. Da settembre 2013,in tutte le sedi, sono statiinstallati dei “touch screen”per permettere a coloro chevogliono farsi seguire nellepratiche burocratiche perl’accesso ai dirittiprevidenziali e assistenziali diprenotare l’appuntamento conil patronato della Cgil,scegliendo anche ilnominativo dell’operatore odella operatrice. È un sistemasemplice – assicurano all’Inca– a prova degli utenti piùanziani, meno avvezzi alleinnovazioni tecnologiche. “Unsistema – spiega Pipitone –che potremmo definire di‘eliminacode intelligente’,poiché rappresenta un filtroche semplifica le operazionidi accettazione degli utenti eal tempo stesso, consente aisindacalisti della tutela

individuale di lavorare conmaggior serenità. Dalla suainaugurazione, la novitàinformatica ha incontratol’apprezzamento degli utenti,che sono cresciuti in manierasignificativa. “In poco tempo– riverisce Pipitone –abbiamo ricevuto più disettemila persone. Ciò ci hapermesso di ottimizzare e diaumentare la qualità deiservizi offerti”. In questa terra, il patronatoha svolto e svolge ancoraun’attività di assistenza senzadimenticare quelli ancorameno fortunati, privati dellalibertà personale, che vivonoin carcere e che pagano piùdi altri l’isolamento dallasocietà esterna. Dal 2009,grazie ad una convenzionecon la direzione penitenziaria,è attivo uno sportellodell’Inca presso il carcere diSulmona, più voltetragicamente rimbalzato agli onori della cronaca neraper la lunga lista dei suiciditra i detenuti; espressione diuna condizione disovraffollamento cheinteressa, in generale, quasitutti gli istituti di penaitaliani. La struttura, infatti,che ha una capienzaregolamentare pari atrecentosei detenuti, ne ospita invece benquattrocentosettantunodeterminando così un livellointollerabile delle condizionidi vita e di sicurezza nonsolo tra gli stessi detenuti, maanche tra il personalepenitenziario. Basti pensareche solo nell’ultimo anno visono stati quattro tentativi disuicidio e dodici casi gravi diautolesionismo tra i carcerati.“In questa struttura la nostrapermanenza, anche se ancorasolo mensile, ci permette digarantire e promuovere idiritti dei detenuti,– spiegaPipitone – raccogliendo leloro istanze per domande didisoccupazione con requisitiridotti, di riconoscimentodelle invalidità civile erichieste di autorizzazionedegli assegni al nucleofamiliare, ma, soprattutto,svolgiamo un ruolo socialenei confronti di questepersone che, al di là dellesbarre, sono sempre piùisolate, oltraggiate nei lorodiritti umani e che trovanoconforto anche solodialogando con una personache dedica loro il propriotempo; li ascolta e incoraggiail loro reinserimento nellasocietà, favorendo l’emersionedi diritti che, fino a quelmomento, non conoscevano.Un lavoro duro dal punto divista emozionale, ma digrande significato socialeperché contribuisce adabbattere le barriere cheseparano i cittadini detenutidalla comunità esterna. Anche questo intervento ci hapermesso di migliorare laqualità del nostro quotidianolavoro di tutela individuale”. •

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INIZIATIVE INFORMATICHE DEL PATRONATO DE L’AQUILA

La semplicitàa prova di anziano

Per risolvere le lunghe code,all’ingresso di ciascun ufficio dell’Inca aquilana sono stati installati dei “touch screen” per prenotaregli appuntamenti. Dalla suainaugurazione più di 7 mila personesi sono rivolte al patronato della Cgil

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