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9 INTRODUZIONE Atemporalità e perpetuità Uno schema interpretativo che in passato ebbe molto successo fu quello secondo il quale la distinzione platonica tra l’eternità dell’es- sere e la temporalità del divenire, corrispondente alla separazione tra scienza e opinione, nascesse come una sintesi di due antiche proposte metafisiche: la concezione parmenidea dell’essere e quella eraclitea del flusso. Questo schema implicava l’idea che tra Parme- nide ed Eraclito vi fosse opposizione: in particolare che fosse stato Parmenide a contestare la tesi eraclitea del divenire universale, pro- ponendo la nozione contraria di essere immutabile e uno. Le cose, ad uno sguardo più attento e meno caratterizzato da volontà di si- stema, si sono rivelate più complesse. Non solo il rapporto tra Par- menide ed Eraclito è rimasto un problema irrisolto, tra le altre cose a causa dell’incertezza della loro cronologia, ma lo stesso pensiero dei due filosofi si è dimostrato più articolato di quanto apparisse, e comunque poco riducibile ad una formula. Si è sottolineata, ad e- sempio, l’importanza della permanenza del principio dietro il dive- nire e i contrasti apparenti nel pensiero di Eraclito; e in Parmenide si è notato come vi fosse già una traccia di quella dualità che poi sa- rà riproposta da Platone. Quello schema contrapponeva non solo la permanenza al flus- so, e quindi l’immutabile al diveniente, ma anche due forme di rela- zione al tempo, coincidenti con i due significati che nella storia del- la filosofia ha assunto il termine eternità. L’eternità è intesa, per un verso, come infinita durata, sempiternità, perpetuità; per l’altro, co-

Pulpito Parmenide 001-030 - famigliafideus.com · verso del poema di Parmenide che pare esprimere con esemplare ... L. Ruggiu, Parmenide. Poema sulla natura, ... 4 E. Zeller, R. Mondolfo,

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INTRODUZIONEAtemporalit e perpetuit

Uno schema interpretativo che in passato ebbe molto successo fuquello secondo il quale la distinzione platonica tra leternit delles-sere e la temporalit del divenire, corrispondente alla separazionetra scienza e opinione, nascesse come una sintesi di due anticheproposte metafisiche: la concezione parmenidea dellessere e quellaeraclitea del flusso. Questo schema implicava lidea che tra Parme-nide ed Eraclito vi fosse opposizione: in particolare che fosse statoParmenide a contestare la tesi eraclitea del divenire universale, pro-ponendo la nozione contraria di essere immutabile e uno. Le cose,ad uno sguardo pi attento e meno caratterizzato da volont di si-stema, si sono rivelate pi complesse. Non solo il rapporto tra Par-menide ed Eraclito rimasto un problema irrisolto, tra le altre cosea causa dellincertezza della loro cronologia, ma lo stesso pensierodei due filosofi si dimostrato pi articolato di quanto apparisse, ecomunque poco riducibile ad una formula. Si sottolineata, ad e-sempio, limportanza della permanenza del principio dietro il dive-nire e i contrasti apparenti nel pensiero di Eraclito; e in Parmenidesi notato come vi fosse gi una traccia di quella dualit che poi sa-r riproposta da Platone.

Quello schema contrapponeva non solo la permanenza al flus-so, e quindi limmutabile al diveniente, ma anche due forme di rela-zione al tempo, coincidenti con i due significati che nella storia del-la filosofia ha assunto il termine eternit. Leternit intesa, per unverso, come infinita durata, sempiternit, perpetuit; per laltro, co-

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me assenza di tempo, presenza assoluta priva di passato e futuro,negazione della successione senza una riduzione allistantaneit: inaltre parole, atemporalit 1. in questo secondo senso che sintendeleternit parmenidea, nella sua opposizione alla perpetuit del di-venire di Eraclito. In un caso, dunque, leternit corrisponde allin-finita estensione temporale, nellaltro significa assoluta estraneit altempo.

La maggioranza degli studiosi e la manualistica hanno mante-nuto questa interpretazione delleternit dellessere parmenideo,che potremmo chiamare lettura classica. E questo perch vi unverso del poema di Parmenide che pare esprimere con esemplarechiarezza lidea di atemporalit. Si tratta del verso 5 del frammentoB 8 D.-K.:

od pot n od stai, pe nn stin mo pn

N una volta era, n sar, perch ora insieme tutto quanto 2

Il soggetto di questo verso famoso lessere (molto probabilmenteesplicitato al verso 8.3: n). Come ha scritto Mondolfo: lessereingenerato e indistruttibile , nella sua immutabilit eterna, tuttofuori del tempo e della successione: non ammette n un tempo pas-

1 Considerer equivalenti i termini atemporalit e intemporalit. In un sen-so leggermente diverso riprender le espressioni extratemporalit e sovratemporali-t, di cui si trova traccia negli studi su Parmenide della prima met del Novecento.Questi ultimi vocaboli hanno una sfumatura semantica che li distingue dai primi:mentre atemporalit e intemporalit negano totalmente il tempo, extratemporalite sovratemporalit indicano lestraneit ad un piano temporale implicitamente am-messo. Per quanto riguarda la distinzione tra perpetuit e atemporalit, la questio-ne chiaramente pi complessa di come io la presento qui. Per unutile distinzio-ne terminologica tra le possibili forme di relazione della permanenza con il tempo,rimando a Q. Smith, A New Tipology of Temporal and Atemporal Permanence,Nous, 23 (1989), 3, pp. 307-330, in cui lo studioso distingue sottilmente tra ottomodelli di permanenza, solo apparentemente analoghi, e indicati con i seguentitermini: sempiternality, omnitemporality, everlastingness, having infinite past andfuture, beginninglessness and endlessness in time, endless recurrence, eternalness,mere timelessness.

2 Qui come per gli altri versi del poema citati in questo studio, a meno diindicazioni diverse, utilizzo la traduzione italiana di Giovanni Reale (G. Reale,L. Ruggiu, Parmenide. Poema sulla natura, Milano 1991).

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sato n un tempo futuro; ma solo leterno immutabile presente 3.Cos Zeller: Lessere non pu cominciare o cessar dessere, essonon fu e non sar, ma in un presente assoluto indivisibile 4. Solol ammesso, a scapito di ogni era e sar. Il presente, sottratto allatripartizione passato-presente-futuro, perde il suo carattere di tem-poralit, per divenire rifiuto del tempo, come riconosce ancoraMondolfo: Lassociazione con lera e il sar converte in specie deltempo anche l, che da solo dovrebbe esprimere lextratemporale 5. questa dunque la vera espressione delleternit. Cos Guthrie:for the eternal was and will be have no meaning, and the time-sequence is abolished 6.

Eraclito aveva espresso lidea di infinita durata in una formulache troviamo nel frammento B 30 D.-K.:

ksmon tnde, tn atn pntwn, ote tij qen ote nqrpwn po-hsen, ll n e ka stin ka stai pr ezwon, ptmenon mtraka aposbennmenon mtra.

Questo ordinamento del mondo, lo stesso per tutti quanti, n uno de-gli di n degli uomini lo fece, ma sempre era ed e sar: fuoco sem-previvo, che in misure si accende ed in misure si spegne. 7

Si spesso ricollegato questo modello di eternit, consistentenellaffermazione dei tre momenti della serie temporale, ad una for-mula pi antica, che troviamo gi in Omero (Il. I, 70). LindovinoCalcante, riferiva Omero, conosceva t t nta t t ssmena prt nta: questa una formula che sar ripetuta da Esiodo, Th. 38.Lunione dei tre momenti temporali avr fortuna e sar ripresa, an-che in forme diverse, da Empedocle (21.9 D.-K.), Anassagora (12

3 R. Mondolfo, Linfinito nel pensiero dellantichit classica, Firenze 1956,p. 92.

4 E. Zeller, R. Mondolfo, G. Reale (a cura di), La filosofia dei Greci nel suosviluppo storico, Parte prima, vol. III: Eleati, Firenze 1967, pp. 196-198.

5 R. Mondolfo, Linfinito cit., p. 102 in nota.6 W.K.C. Guthrie, A History of Greek Philosophy, vol. II: The Presocratic

Tradition from Parmenides to Democritus, Cambridge 1965, p. 29.7 Trad. di A. Lami, I presocratici. Testimonianze e frammenti da Talete a

Empedocle, Milano 1991, p. 209.

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D.-K.), in uno scritto ippocratico (Prog. II, 188 L.), da Epicuro(Sent. Vat. 10) e Metrodoro (37 K.). Come ha fatto notare Mondol-fo, in questi casi si considera la successione e variazione incessantedei fatti, sempre diversi nel corso del tempo. Nessuna di queste for-mule [] presenta una permanenza costante di un essere unico esempre identico, che come tale eterno. Questa idea apparsa perla prima volta con la formula eraclitea della perennit del fuocosempre vivente 8. Ci risulta evidente, se si pone attenzione al fattoche laccomunamento dei tre momenti temporali avviene nella for-mula omerica ed esiodea in un modo diverso da quello della formu-la di Eraclito: nella prima si fa riferimento alle cose presenti, future epassate, nella seconda si parla di un ente (il fuoco semprevivo) chesempre era, , sar. Le differenze tra le due formule sono almenotre. Innanzitutto lordine dei momenti: discontinuo per i poeti, con-tinuo e ordinato per il filosofo. Quindi, il rafforzamento dellavver-bio sempre (ripetuto nel semprevivo attribuito al fuoco), che man-ca nellespressione omerica ed esiodea. Infine, cosa pi importante,nel primo caso si ammette una pluralit di eventi (le cose che sono,quelle che saranno ecc.) e dunque un divenire, nel secondo si parladel passato, presente e futuro di un solo ente, e dunque della suapermanenza nel tempo. irrilevante il fatto che Eraclito parli poidi accensione e spegnimento: queste rappresentano la modalit diesistenza di uno stesso principio sempre vivente.

A rigore, dunque, le due formule non possono esser parago-nate. Con la formula omerica ed esiodea si esprimeva, attraversoquella unione dei tempi, la totalit degli eventi diversi nel tempo.Eraclito, invece, afferma la continuazione del principio attraversotutto il tempo. Questa eterna permanenza lelemento nuovo intro-dotto dal filosofo, elemento che implica laffermazione massimadella durata e non la sua trascendenza come, secondo linterpreta-zione tradizionale, avverrebbe con Parmenide.

Che la nozione di eterno prima di Parmenide non escludessela durata, cosa che si coglie prestando attenzione al percorso se-mantico del termine che poi sarebbe diventato lequivalente grecodel nostro eternit: an. La stabilizzazione del significato tempo-

8 R. Mondolfo, L. Tarn, Eraclito. Testimonianze e imitazioni, Firenze1972, p. LIX.

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rale del termine (mai avvenuta del tutto) avrebbe richiesto unela-borazione lunga secoli, nel corso della quale la parola an ha subi-to i rivolgimenti semantici pi diversi. In Omero an indicava lavita, intesa come forza vitale, ci che dallinterno degli uomini favivere. La morte era espressa a volte da Omero come una perdita dian. In questo senso, la nozione si rivelava affine a quella di yuc,il soffio vitale (la morte avviene allorch il soffio abbandona il mo-rente). In alcuni casi, il termine andrebbe inteso come midollo spi-nale (ad esempio Il. XIX 23-27) 9. Questo significato si mostrachiaramente connesso alla nozione di forza vitale: si riteneva infat-ti che il midollo fosse la sede dellenergia di vita.

E tuttavia, gi in Omero si cominciano a distinguere alcunitratti temporali del termine, il quale a volte sembra indicare la du-rata di vita, arco di esistenza dalla nascita alla morte, sebbene sem-pre in connessione con loriginario significato vitalistico. Ci sispiega facilmente con il fatto che il mantenimento della vita dipen-de dalla presenza della forza vitale; larco di esistenza di un uomocorrisponde alla permanenza in lui dellan, fino al momento incui questultimo lo abbandona 10. Nella letteratura post-omerica siaccentua il significato temporale di an, che assume via via nuovesfumature semantiche, come ad esempio il valore fatalistico con cuiil termine a volte impiegato da Pindaro, convergendo con il senso

19 A sostegno di questa lettura Degani (E. Degani, AIWN, Bologna 2001,p. 14) menziona alcuni frammenti ippocratici in cui an ha un indubbio valoremateriale: in un frammento tratto da Erotiano si parla di cancrena allan.

10 Paula Philippson (Il concetto greco di tempo nelle parole aion, chronos,kairos, eniautos, Rivista di Storia della Filosofia, 4, 1949, pp. 81-97) contestalidea che vi sia stato un meccanico allargamento della nozione di an, da duratadella vita a lungo spazio di tempo, fino a periodo e quindi al significato di eter-nit. La studiosa ritiene invece che il significato della durata assoluta e delleterni-t fosse presente nel termine fin dallorigine, come dimostrerebbe la parentela lin-guistica con lavverbio an. Anche Degani non esclude che vi sia una compresenzadi significato vitalistico e temporale; e a proposito di ci scrive: [] non siamo difronte ad astratti concetti che si autoescludono, bens a nozioni concrete, comple-mentari, se non coincidenti, per la mentalit dei primi greci. La forza vitale non sirivelava allesperienza, che nella sua durata e luna e laltra erano la stessa cosa.Lanalisi disperde in elementi separati quanto era unitario per la coscienza che lhaconcepito (op. cit., p. 18). Ci che per distingue Degani dalla Philippson, lidea che la venatura temporale originaria di an-an non significasse leternit.

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di mora, il destino. Cos, an era avvertito come unentit immuta-bile che si identificava non solo con la quantit di esistenza chespettava ad ognuno, ma anche con la qualit della vita, il carico digioie e dolori, fino ad identificarsi con linesorabilit della morte(attraverso un percorso paradossale che ha trasformato la forza vi-tale nella fatalit della fine).

Negli usi successivi, i confini temporali del significato di ansi fanno sempre pi indeterminati: il termine viene ad indicare inalcuni casi le tappe della vita, o lo spazio di tempo caratterizzato dauna generazione, o ancora unepoca in cui si avvicendano pi gene-razioni. La parola abbandona cos i confini angusti della vita deisingoli. Pian piano, il termine assume i valori semantici di crnoj 11.Avverte tuttavia Degani.: [] sembra improprio arguirne unor-mai raggiunta equivalenza tra an e crnoj. In realt an ancoraun segmento di tempo, pur dai limiti indefiniti: un lasso di tempoche crnoj comprende in s 12. Nel V sec. siamo dunque ancora aldi qua di quel rovesciamento che vedr in an leterno, e in crnojil tempo da esso derivato. Euripide render chiaro questo rapportodi dipendenza che an ha ancora nei confronti di crnoj (comedella parte al tutto), esprimendolo in forma genealogica: an fi-glio di crnoj (Heracl. 900) 13.

Lincertezza semantica di an si staglia sullo sfondo, ancorapi problematico, della concezione arcaica del tempo. Uno degli a-spetti principali della concezione del tempo delle origini lassenzadi una visione unitaria, che si rivela in una sorta di dispersione de-gli elementi temporali. Questa dispersione complica la traduzionedei testi antichi. La visione arcaica del tempo , infatti, irrappresen-tabile, se non tradendone i caratteri peculiari. Un esempio istrutti-vo, a questo proposito, lo offre Marcello La Matina in un suo re-cente testo 14. Lo studioso fa lesempio, tratto dallOdissea (IX,

11 Interessante ed enigmatico il riferimento che fa ad an Eraclito: anpaj sti pazwn, pessewn: paidj basilhh (aion un fanciullo che gioca con lepedine: di un fanciullo il regno B 52 D.-K.).

12 E. Degani, op. cit., p. 28.13 interessante notare come secoli pi tardi vi sar un capovolgimento di

questa genealogia. Proclo, infatti, riterr An padre di Crnoj (in R. II 17, 10 K.).14 M. La Matina, Il problema del significante. Testi greci fra semiotica e filo-

sofia del linguaggio, Roma 2001, cap. 1.

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336), dellaggettivo sprioj, tradotto comunemente con di sera.Nel poema, per, il termine attribuito al Ciclope, fatto questo cheindica evidentemente la presupposizione del tempo come realtnon ancora impersonale. Polifemo, in un certo senso, ad essereserale. Ebbene, questo termine di fatto intraducibile, se non ri-conducendolo allinterno della nostra concezione del tempo attra-verso un impersonale di sera.

Resta tuttavia nelle prime rappresentazioni del tempo la cen-tralit del moto astrale, tema questo che torner anche nella concet-tualizzazione filosofica posteriore. Su questo aspetto, mi pare inte-ressante un brano tratto dallOdissea. Nel canto XXIII del poema, descritto il dolce e a lungo agognato reincontro notturno tra Pene-lope e Odisseo. Affinch essi possano restare pi a lungo insieme,per dedicarsi luno allaltra, la dea Atena sospende il tempo (XXIII,241-246):

Aurora dalle rosee dita sarebbe spuntata che ancora piangevano,se la dea glaucopide Atena non avesse pensato altre cose:fece lunga alla fine la notte, trattenneAurora dallaureo trono vicino allOceano, non le fece aggiogarei cavalli dai piedi veloci che portano agli uomini il giorno,Lampo e Fetonte, i puledri che portano Aurora. 15

Omero non parla di tempo fermo, e del resto non poteva farlo.Ma il risultato dal nostro punto di vista equivalente. Penelope eOdisseo hanno pi tempo per loro, e questo tempo dato dallarre-sto di un moto celeste. Limmobilit del tempo non data, dunque,dalla quiete assoluta, e cio dal blocco di ogni movimento (comenel caso di Parmenide). Tutto vive, si muove, eccetto il Sole mattu-tino 16.

15 Omero, Odissea, intr. testo e comm. di M. Fernandez-Galiano e A. Heu-beck, trad. di G.A. Privitera, vol. VI (libri XXI-XXIV), Milano 1986, p. 97.

16 Anche in un passo veterotestamentario vi una testimonianza di questavisione astrale del tempo: Fermati, o sole, su Gabaon (Giosu 10.12-13), equiva-leva ad una richiesta di tempo da parte di Giosu durante la battaglia contro gliAmorrei. Fu, com noto, sulla base di questa espressione biblica, implicante ilmovimento del sole, che la Chiesa respinse la difesa galileiana delleliocentrismo.

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Frnkel 17 ha sostenuto che negli scritti omerici il tempo erainteso come durata compiuta e soprattutto come raggiungimento diun fine, elemento positivo dello scorrere degli eventi. Il tempo ins, dunque, resta vuoto, mentre acquista importanza il lasso di tem-po che porta a realizzare scopi particolari, come ad esempio il gior-no. Essendo, poi, caratterizzato essenzialmente dal verso dove, iltempo non ancora il continuo che si estende nel passato e nel fu-turo.

Unanalisi puntuale della concezione del tempo in Omero enellet arcaica stata offerta da Silvio Accame 18. Secondo lo stu-dioso nellOdissea vi sarebbe un prevalere di crnoj su mar (nono-stante la maggiore ricorrenza del secondo termine), al contrario dici che invece avviene nellIliade, il che sarebbe indice di un avve-nuto ampliamento semantico di crnoj. Tale variazione rientrereb-be nel novero delle differenze che separano il secondo poema ome-rico dal primo, nel senso di unevoluzione (come indica, ad esem-pio, il maggior ricorso a nomi astratti dellOdissea). Accame mostrapoi come dallIliade allOdissea vi sia una sorta di allungamento del-lestensione temporale significata da crnoj. Se infatti nellIliadetroviamo pi spesso crnoj nel senso di breve tempo (o addiritturadi istante), nellOdissea ormai canonizzato il significato di moltotempo. C da ritenere dunque che la nozione di tempo breve siapi arcaica di quella di una durata temporale considerevole. Il pro-cesso evolutivo della semantica di crnoj consiste in questo allunga-mento temporale di ci che al principio si identificava con la duratadi una singola azione o di un evento improvviso. Ci chiaramenteindice di una sempre maggiore astrazione del tempo rispetto agliaccadimenti cui era legato in origine. Il tempo, tuttavia, non ottieneancora il valore di durata impersonale e vuota, allinterno della qua-le avvengono le cose, o comunque di successione universale degli e-venti. Esso una durata piena e non la dialettica di essere e nulla 19.

17 H. Frnkel, Die Zeitauffassung in der archaischen griechischen Literatur,in Id., Wege und Formen frhgriechischen Denkens, Mnchen 1955, pp. 1 s.

18 S. Accame, La concezione del tempo nellet omerica e arcaica, Rivista diistruzione classica, n.s., 39 (1961), pp. 359-394.

19 Ci lo si avverte in particolare nella fase pi antica. Si veda ad esempiolimportanza di mar nellIliade, in quanto lasso di tempo nel quale inizia e finisce

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Questa nuova estensione del tempo porr il presupposto dellaconcezione della continuit temporale, poich la durata dilatata se-parer il passato dal presente, che, nella fase originaria, essendopressoch giustapposti, non aprivano il problema del loro rapporto;nella durata larga, invece, la continuit temporale si impone al finedi collegare passato e presente.

Secondo Accame vi sarebbe stato, allora, un tendenziale pas-saggio dal tempo qualitativo a quello quantitativo, impersonale.Tuttavia questa astrazione avrebbe condotto, attraverso la nozionedi tempo continuo e illimitato, ad un ritorno al tempo qualitativo epersonale, sebbene dai tratti del tutto inediti. La personalizzazionedel tempo avrebbe, infatti, assunto il carattere della divinit. que-sta let in cui Crnoj viene ad essere identificato con il Krnoj esio-deo, il quale quasi certamente aveva avuto unorigine mitologica deltutto indipendente dal primo 20. Questa tendenza allassimilazione

una battaglia. Questo dato probabilmente dovuto anche al fatto che lIliade lanarrazione di un conflitto, mentre lOdissea lo di un viaggio, dove il senso deltempo non legato alla contingenza degli eventi, ma alla lunga attesa del ritorno(sullimportanza dellattesa nella formazione del concetto di tempo ha insistitoFrnkel). Secondo Accame, tuttavia, il giorno seguirebbe una parabola simile aquella del tempo, poich accentuerebbe il suo carattere oggettivo, mentre allini-zio (se pure si possono distinguere nettamente un soggettivo e un oggettivo) algiorno sono attribuiti caratteri propri dellesperienza soggettiva. Anche qui, dun-que, vi sarebbe una progressiva astrazione. Va notato, per, che lastrazione dicrnoj non giunge ancora a compimento: in Omero, come del resto in Esiodo, cr-noj non si presenta mai come soggetto di un verbo (si veda A. Zaccaria Ruggiu,Aion Chronos Kairos. Limmagine del tempo nel mondo greco e romano, con appa-rato iconografico, in L. Ruggiu, a cura di, Filosofia del tempo, Milano 1998, p. 295).

20 Seguendo la ricostruzione etimologica di Giovanni Semerano (Linfinito:un equivoco millenario. Le antiche civilt del Vicino Oriente e le origini del pensierogreco, Milano 2001) si giunge alla conclusione che i due termini (kronos e chronos)avrebbero unorigine comune: In greco il nome Krnoj serba il valore delle origi-ni: il significato di capo, comandante gli assicurato dalla base del greco krn-twr e del verbo kranw, nel senso di sono al culmine, sono in cima, comando. cio affine a krnoj, kra (testa), kraj (corno): accadico qarnu (corno), aramaicoqarna (punta, potenza, dignit) (p. 94). Per quanto riguarda Crnoj, lo studiosopoche pagine prima aveva scritto: [] Crono, nome rimasto senza etimologia,corrisponde ad accadico harranu, nel senso del celeste movimento degli astri,quindi tempo [], ma calcato sulla base di accadico qarnan (corni lunari, quin-di: luna, lastro che guida i cicli biologici sulla terra) (p. 90 in nota). Deduciamoche, secondo Semerano, i due termini deriverebbero casualmente da uno stesso

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proviene dalla diffusione di unaltra tradizione teogonica, quella or-fica. Tra le varie versioni dellorigine del cosmo, alternative a quellaesiodea, spicca la teogonia di Ferecide di Siro, che poneva Crnojtra i principi primi, assieme a Zj e Cqonh (7 A 1 D.-K.). Il Crnojdi cui parlarono i lirici e i tragici, era riconosciuto ormai come po-tenza che domina sulla realt, ben lontano dunque dal tempo-even-to omerico. Per questi autori, il Tempo padre di ogni cosa 21 e si-gnore che supera tutti i beati 22 (Pindaro), domatore di ogni cosa 23(Bacchilide), signore di ogni cosa 24 che tutto vede 25 (Sofocle), lantico padre dei giorni 26 (Euripide), che tutto rende molle e con-suma 27 (Cheremone), dai denti acuti con cui tutto rode (Simoni-de) 28. Il dio Crnoj non conobbe per unanaloga fortuna nel cultopopolare. Nonostante ci, sarebbe stato difficile in seguito attribui-re a crnoj il tempo fisico, di contro alleternit divina di an. Aparere di Degani 29, grande importanza avrebbe assunto lopera diAnassagora, con la quale il tempo-crnoj sarebbe tornato al suo ori-ginario valore profano, divenendo il tempo delluomo, la dimensio-ne della sua azione nel mondo, raccolta in una nozione ormai deltutto priva di venature fatalistiche.

Da questi brevi cenni emergono due aspetti: il primo che le-ternit prima di Parmenide era immaginata nel senso immediato diinfinita estensione del tempo e, dunque, era ancora di tipo durazio-nale (nella forma di un avvicendamento senza fine di eventi e comeperenne permanenza di un principio); il secondo che la stessa no-zione di tempo era ancora in una complessa fase di elaborazione.Ci ha un evidente riflesso sullinterpretazione delleternit di Par-menide. Il filosofo di Elea, che pure avrebbe posto sul piano pi

etimo, quello del corno accadico, inteso per Kronos come segno di potenza, e perChronos come riferimento icastico al ciclo lunare.

21 O. II, 17.22 Fr. 33 B.23 Carm. XII, 205-6.24 El. 179.25 OT 1213.26 Supp. 787-88.27 Fr. 22 N.28 Fr. 159 B.-H.-C.29 E. Degani, op. cit., pp. 61-64

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corretto la sua negazione del tempo, e cio il livello ontologico delpassato, presente e futuro dellessere, stando allinterpretazioneclassica, sarebbe stato il primo pensatore ad introdurre lidea di e-ternit atemporale in un contesto in cui la concettualizzazione deltempo era ancora incerta. La questione resa pi complessa dal fat-to che anche dopo Parmenide leternit continu ad essere declina-ta nel senso della perpetuit.

Empedocle, un filosofo che risent molto dellinfluenza di Par-menide 30, per primo leg lidea della perennit e quindi delleternadurata al termine an, qualificandolo come indicibilmente grande(B 16.2 D.-K.). Troviamo qui ancora alcuni tratti vitalistici del ter-mine, sebbene compresi in quellunit concettuale di durata di vi-ta, che non solo non esclude il riferimento al tempo, ma che inquesto contesto sembra preannunciarne la trasformazione in nozio-ne di eternit come incommensurabile estensione temporale.

Ancora pi interessante il caso di Melisso che, pur apparte-nendo alla scuola eleatica e sviluppando sistematicamente il pensie-ro di Parmenide, immagin lessere eterno nel senso di Eraclito enon in quello di Parmenide:

e n ti n ka e stai (B 1)

Sempre era ci che era e sempre sar.

sti te ka e n ka e stai (B 2)

e sempre era e sempre sar.

noto che il filosofo di Samo su molti punti super il pensiero delmaestro operando dei veri tradimenti. Innanzitutto sul tema dellin-finit dellessere. Parmenide, come si vedr, aveva insistito sulla li-

30 Sono certamente di derivazione eleatica il riconoscimento dellinaffida-bilit delle esperienze sensibili di contro alla crucialit del discrimine razionale(fr. 2); laffermazione, pi volte ripetuta, e centrale nel pensiero di Empedocle,dellimpossibilit della genesi dal nulla e della distruzione, che condurr allideadella nascita e della morte come aggregazione e disgregazione di elementi (frr. 8,11, 12, 17); lidea dello Sfero come il tutto pari a se stesso in cui si mantiene ognicosa (frr. 27, 28, 29).

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mitatezza dellessere come sua perfezione, completezza, secondocanoni molto diffusi nel pensiero greco e che ritroviamo gi nellop-posizione pitagorica tra limite e illimitato. Melisso, partendo da unapremessa comune a tutto leleatismo e cio il rifiuto del nulla, eragiunto ad una conclusione diversa da quella di Parmenide. Se ilnulla non esiste, non pu esserci (il) nulla oltre ci che : ma se le-sistente fosse finito, sarebbe, in qualche modo, circondato dal nul-la: per questa ragione non pu che essere infinito 31. evidente chesono in gioco presupposti diversi. Per Parmenide non ha sensochiedersi che cosa ci sia oltre lessere. Se non c nulla, non c nem-meno un fuori. Per Melisso, invece, la finitezza rimanda comunquead un fuori che chiede di essere riempito. Ci discende, evidente-mente, da una diversa valutazione della finitezza. Non , forse, uncaso che Parmenide si fosse formato nel contesto pitagorico, domi-nato dalla visione positiva del limite, e Melisso in quello ionico, do-ve, al contrario, uno dei caratteri attribuiti al principio era propriolinfinit. Discende, poi, dal tema dellinfinit, anche lincorporeitdellessere di Melisso (fr. 9). Con incorporeit dobbiamo intenderepi che una negazione della materia, il rifiuto del corpo come for-ma, sagoma, determinazione oltre che negazione delle parti in cui il

31 Sulla dimostrazione dellinfinitezza dellessere melissiano vi una com-plessa questione storiografica. In realt, quella che ho appena presentato non ladimostrazione contenuta nei frammenti di Melisso. Essa risale ad una testimonian-za di Aristotele (GC, A 8, 325 a 2) allinterno della quale Reale (Melisso. Testimo-nianze e frammenti, Firenze 1970, pp. 98-104) ha ritenuto possa essere riconosciu-to un vero e proprio frammento del pensatore di Samo: t gr praj peranein nprj t kenn (infatti il limite confinerebbe col vuoto). Prescindendo dalla questionedella possibilit di trovarci o no di fronte ad un nuovo frammento, la mia impres-sione che comunque la testimonianza aristotelica esprima bene il pensiero melis-siano. (Hanno valorizzato questa testimonianza M. Offner, Zur Beurteilung desMelissos, Archiv fr Geschichte der Philosophie, 4, 1891, pp. 12-33, e J. Burnet,Early Greek Philosophy, London 1930, CLXVII). Rimane per il problema diquella che parrebbe essere la dimostrazione dellinfinit spaziale contenuta nelframmento 2, e che in origine aveva subito proprio le critiche di Aristotele, il qualeda questo ragionamento, a suo dire palesemente scorretto, ricavava limmagine diMelisso come rozzo ragionatore. Il punto consisteva nel presunto passaggio dal-linfinit temporale (leternit) a quella spaziale, avvenuta in maniera equivoca,tanto da provocare, secondo Aristotele, un vero e proprio paralogismo. La que-stione stata molto dibattuta e non possiamo qui affrontarla.

Introduzione

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corpo articolato 32. Anche qui non pu che esserci allontanamentodallessere parmenideo immaginato come sferico.

Un altro punto su cui vi una differenza sostanziale tra Par-menide e Melisso il tema delle apparenze fisiche. Parmenide dedi-c una parte del poema a quelle che defin opinioni dei mortali, lacui interpretazione ancora molto controversa. Melisso (fr. 8), in-vece, liquida del tutto le apparenze dei sensi, con una cristallina coe-renza, che non pone dunque nessun problema allinterprete. Le co-se molteplici e mutevoli che appaiono ai sensi non possono esistere,poich ci che esiste uno e immobile. Siccome non esistono, eglinon se ne occupa, se non per affermare la loro illusoriet.

Tra i punti che segnano la differenza tra le due concezioni del-lessere, la critica, conseguentemente alla lettura tradizionale di Par-menide, vide anche nellidea melissiana di eternit un tradimentodel pensiero del maestro. Tuttavia, leternit di Melisso si rivela benpi problematica di quanto appaia, per chi sostiene linterpretazio-ne classica dellatemporalismo parmenideo. Sostenere che si difronte ad un ripensamento di Melisso non basta a liquidare il pro-blema, poich la posizione di questo filosofo dimostra linsufficien-za di una delle ragioni poste alla base delleternit di Parmenide,ossia limplicazione di tempo e divenire. Stando a questo presuppo-sto, negare il mutamento equivale a negare il tempo. Ebbene, Me-lisso dimostra che questo ragionamento del tipo modus tollendo tol-lens (se c il tempo, c il divenire: ma non c il divenire, dunquenon c il tempo) non aveva allora la cogenza che alcuni commenta-tori gli attribuiscono. Melisso resta fedele ad uno dei principi del-leleatismo, e cio laffermazione dellimmutabilit dellessere, manon deduce da ci il rifiuto del tempo. E questo ci porta ad esclu-dere che lidea del nesso tra tempo e divenire fosse un presuppostoevidente della concezione greca del tempo 33.

32 Convincente lesegesi di G. Reale, Melisso cit., pp. 221-225.33 Giovanni Reale ha colto la difficolt che Melisso pone allesegesi classica

di Parmenide: egli intese risolverla reinterpretando leternit del filosofo di Samo,in un senso che non contraddicesse quella parmenidea. Secondo Reale il temponon ha alcun senso senza movimento e senza divenire (Melisso cit., p. 57 n. 56).Dunque, anche leternit di Melisso deve essere atemporale. La differenza tra le-ternit di Parmenide e quella di Melisso non sta, secondo Reale, nel fatto che la

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Leternit dopo Parmenide continuer, dunque, ad essere in-tesa come infinita estensione del tempo. Tutto questo fino a Plato-ne con il quale si avr la prima formulazione compiuta delleternitatemporale. A prescindere dalla paternit parmenidea della nozio-ne, non c dubbio che solo con Platone che lidea verr presenta-ta in maniera organica. Di pi, Platone fu il primo filosofo ad inda-gare la struttura, lorigine e il significato del tempo, esplorandone iparadossi, gettando cos le basi per la sistematica analisi aristotelica.

nel Timeo (37c-38c) che Platone affronta il problema deltempo. Com noto, in questo scritto Platone si occupa di temati-che cosmologiche. In 37c il discorso di Timeo giunto al momentoin cui il Demiurgo, dio generatore, ha gi creato il mondo attraver-so complesse operazioni, la cui descrizione intreccia il piano miticoe simbolico con quello fisico e matematico. Ma questo mondo an-cora incompleto: oltre ai viventi, mancano innanzitutto gli astri, e iltempo.

Il Padre generatore, quando osserv questo mondo in movimento evivente e immagine degli dei eterni (tn idwn qen) 34, se ne com-piacque, e, rallegratosi, pens di renderlo ancora pi simile allesem-plare. E, dunque, poich quellesemplare un vivente eterno (zondion), cos anche questuniverso, per quanto era possibile, Egli cercdi renderlo simile ad esso. Ora, abbiamo notato che la natura del Vi-vente eterna (anioj) e questa non era possibile adattarla perfetta-mente a ci che generato. Pertanto Egli pens di produrre una im-magine mobile delleternit, e, mentre costituisce lordine del cielo,delleternit che permane nellunit, fa unimmagine eterna che proce-de secondo il numero, che appunto quella che noi abbiamo chiamatotempo (ek d penei kinhtn tina ainoj poisai, ka diakosmn

prima esclude il tempo e la seconda lo reintroduce, quanto nel fatto di essere laprima unatemporalit finita (espressa dallavverbio nn) e la seconda infinita (e-spressa al contrario da e). A me pare, tuttavia, che questa sia uninterpretazioneforzata, costruita pi intorno al presupposto indiscusso dellidentit di tempo e di-venire che a partire dalla reale lettura del testo melissiano. Il concetto di atempo-ralit infinita (ammesso che abbia un senso) potrebbe, semmai, essere espressodalla locuzione sempre, nel rifiuto di passato e futuro. In Melisso invece passa-to e futuro sono affermati e accomunati al presente.

34 Per questa espressione si veda A.E. Taylor, A Commentary on Platos Ti-maeus, New York - London 1987.

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ma orann poie mnontoj ainoj n n kat riqmn osan a-nion ekna, toton n d crnon nomkamen). Infatti, i giorni e lenotti e i mesi e gli anni, che non esistevano prima che il cielo fosse ge-nerato, Egli li gener e produsse insieme alla costituzione del cielomedesimo. E tutte queste sono parti del tempo (mrh crnou) e lerae il sar sono forme generate di tempo (t t n t t stai crnougegonta edh), che non ci accorgiamo di riferire allessere eterno inmodo non corretto. Infatti diciamo che esso era, e sar (nstin te ka stai), invece ad esso, secondo il vero ragionamento, so-lamente l si addice, mentre lera e il sar conviene che si dica-no della generazione che si svolge nel tempo. In effetti, questi due so-no movimenti (kinseij gr ston), mentre ci che sempre (e) im-mobilmente identico non conviene che divenga n pi vecchio n pigiovane (ote presbteron ote neteron) nel corso del tempo (dicrnou), n lessere divenuto ad un certo momento, n il divenire ora,n il divenire in avvenire (od gensqai pot od gegonnai nn odej aqij sesqai): nulla, insomma, gli conviene di quanto la genera-zione ha conferito alle cose che si muovono nellordine del sensibile,che sono forme del tempo che imita leternit, e si muove ciclicamentesecondo il numero. E, oltre a queste cose, diciamo anche queste altre:ci che divenuto divenuto, ci che diveniente diveniente,ci che per divenire in futuro per divenire in futuro, e il non es-sere non essere; e di queste cose nulla diciamo in modo corretto.Ma intorno a queste cose non sarebbe il momento giusto, nella pre-sente circostanza, di discutere con precisione. Dunque, il tempo fuprodotto insieme con il cielo, affinch, cos come erano nati insieme, sidissolvessero anche insieme, se mai dovesse avvenire una loro dissolu-zione. E fu prodotto in base al modello della realt eterna in modo chegli fosse al pi alto grado simile nella misura del possibile. Infatti ilmodello un essere per tutta leternit, mentre il cielo fino alla fineper tutto il tempo stato generato, e sar (t mn gr d pardeigmapnta an stin n, d a di tlouj tn panta crnon gegonjte ka n ka smenoj). 35

Troviamo qui la prima distinzione concettuale tra an e crnoj. Ildiscorso di Platone ha questo andamento: parte dal presuppostodelleternit del paradigma ideale della creazione e dal dato del mo-vimento del mondo; spiega lorigine del tempo come derivazione

35 Trad. di G. Reale in Platone, Timeo, Milano 2000, pp. 105-109.

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dal modello eterno nel senso di unimitazione; descrive la strutturadel tempo, e ritorna al modello per opposizione (ci che caratteriz-za il tempo non pu caratterizzare leternit). I presupposti dellacreazione del tempo, ossia leternit e il movimento, li ritroviamonella definizione che Platone d del tempo: immagine in movimen-to delleternit. Il tempo una mediazione, si direbbe, tra questidue momenti, poich imita leternit senza risolversi in essa, ed una forma di movimento, senza identificarsi con il movimento ingenere: infatti, il mondo prima del tempo gi in movimento. Ilmovimento che nasce con il tempo quello del cielo, il moto circo-lare uniforme degli astri. Ci segna la somiglianza e la differenzadalleterno. Da un lato, il moto del tempo, che kat riqmn, ri-chiama il permanere nellunit delleterno: il moto circolare unaripetizione, e pur uscendo da s, su se stesso ritorna costantemen-te 36. inoltre una forma di movimento finito, in cui non vi aper-tura, indeterminatezza, dissipazione, ma limite e dunque perfezio-ne. Dallaltro lato, esso resta comunque un movimento, ed dun-que incomparabile con leterno immutabile.

Le parti del tempo a cui Platone fa riferimento sono cicliastronomici evidenti: il giorno e la notte discendono dal movimentocircolare del Tutto, il mese da quello della Luna, e lanno dal ciclodel Sole 37. Si approfondisce anche il senso del tempo come immagi-ne: gli astri, come Platone dir in 40a-d, sono divinit visibili. Il lo-ro movimento (immagine mobile) rende visibile la perfezione dirapporti numerici che nel modello consistono nellunit. La misura-zione degli eventi che scandita da questi cicli, definisce il tempo,il quale quindi, essendo costituito da movimenti perfetti, media trail movimento del mondo creato e la fissit del paradigma eterno. Ilnumero costituisce la struttura del tempo platonico. Non ha dun-que ragion dessere lalternativa posta sulla natura del tempo in Pla-

36 gi di Empedocle (B 17) lidea che il ciclo, pur essendo in movimento,sia in qualche modo fermo (cfr. Eraclito B 103, Alcmeone B 2, Parmenide B 5). Ilgrande circolo che, secondo Platone, include tutti i cicli temporali e li porta acompimento, lanno perfetto (39d).

37 Timeo dir pi avanti: La notte, dunque, ed il giorno nacquero cos perqueste ragioni, e rappresentano il ciclo del movimento circolare uno e sapientissi-mo. E il mese si compie quando la Luna, dopo aver percorso il proprio cerchio,raggiunga il Sole; e lanno quando il Sole abbia percorso il proprio cerchio (39c).

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tone, se cio si tratti di un movimento o, aristotelicamente, dellamisura del movimento 38. Evidentemente valgono entrambe le cose,poich da un lato il tempo in Platone senza dubbio il movimentodegli astri; dallaltro un movimento che non si misura ma che hain s misura e ordine e in quanto tale numero di tutti gli altri mo-vimenti.

A partire da queste premesse, Platone definisce di riflesso lanatura delleterno, attraverso lopposizione al tempo. a questopunto che Platone passa dal livello fisico-astronomico del suo di-scorso a quello ontologico, mostrando la complessit della sua teo-ria e il superamento della visione arcaica del tempo. Si detto che la mobilit che costituisce la differenza tra il tempo e leternit. Pla-tone afferma che alleternit non si addicono n lera n il sar, masolo l, perch era e sar costituirebbero dei movimenti. Ci che immutabilmente nelluno, infatti, non pu avere passato e futuro.Lo stesso presente che Platone attribuisce al modello ideale, non confondibile con il presente temporale, espresso dallavverbio nn eche il filosofo esplicitamente esclude. Platone sta qui, dunque, diva-ricando essere e divenire: al primo spetta la presenza, al secondo lasuccessione di presenze diverse. Si comprende cos come Platonepossa aver definito anche il tempo anion. Leternit del tempoconsiste nella perpetuit espressa da era, , sar, che solo unim-magine delleternit atemporale del paradigma.

Il punto principale di questo passo certamente la teorizzazio-ne dellextratemporalit, che sembra richiamare il precedente par-menideo. A tal proposito, un raffronto tra i due pensatori non puessere evitato:1. Platone non nomina leleate, ma come gi nel punto in cui Pla-

tone parla della Sfera in 33b, anche qui sembra avvertirsi chiara-mente linfluenza di Parmenide. Va da s che nel caso in cui Pla-tone stia riprendendo alcuni motivi parmenidei, egli lo sta fa-cendo comunque per i suoi scopi. Nulla, mi pare, ci possa dircidella corretta interpretazione di Parmenide, sebbene ce ne diauna traccia autorevole.

38 Si veda E. Zeller, R. Mondolfo, M. Isnardi Parente (a cura di), La filoso-fia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte seconda, vol. III/1: Platone e lAccade-mia antica, Firenze 1967, p. 321-322, in nota.

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2. Un punto di differenza sostanziale tra questo passo platonico eil poema di Parmenide (in particolare il contesto in cui leleateaffermerebbe latemporalit) sta nel fatto che qui Platone si staoccupando della natura del tempo e del suo rapporto con leter-nit. Come si vedr, in Parmenide tutto questo non c.

3. Come Parmenide, Platone rifiuta il passato e il futuro e mantie-ne il presente 39. Tuttavia, nel verso di Parmenide, come si vi-sto, un elemento centrale rappresentato dallavverbio nn. InPlatone ladesso diventa un momento temporale tra gli altri, ac-comunato al divenire di ci che temporale e non allintempo-ralit delleterno.

4. Platone giustifica con chiarezza il rifiuto del passato e del futuroper il piano delleterno, sostenendo che essi sarebbero movi-menti. Come si vedr, non abbiamo alcun documento sul fattoche anche per Parmenide il tempo implicherebbe il processo.Ma non troviamo nemmeno alcuna giustificazione esplicita del-latemporalit dellessere.

John Whittaker ha proposto una tesi controversa riguardo allacorretta interpretazione delleternit platonica 40. Secondo lo stu-dioso, in Platone non troveremmo ancora una teorizzazione dellanon-durational eternity, che invece comparir solo con Plutarco, al-lorch si presenteranno i presupposti filosofici per questa idea.Whittaker cos radicalizza la posizione di Cornford 41, secondo cuiil modello ideale ammetterebbe una durata, sebbene diversa daquella del mondo fisico, posizione questa alternativa a quella cano-nica espressa da Cherniss 42, che sosteneva lesclusione della duratatemporale dalleternit del paradigma. Whittaker ha insistito in par-

39 Platone tuttavia pi radicale e pi preciso: egli non dice non era e nonsar (che pu essere affermato di qualsiasi istante temporale), ma non correttodire era e sar, escludendo del tutto il piano temporale del passato e del futuro, escartando dunque non solo la possibilit di affermare lera e il sar, ma anche, a ri-gore, di negarli.

40 J. Whittaker, The Eternity of the Platonic Forms, Phronesis, 13 (1968),pp. 131-144.

41 F.M. Cornford, Platos Cosmology: the Timaeus of Plato Translated witha Running Commentary, London 1937, p. 98 n. 1 e p. 102.

42 H. Cherniss, Aristotles Criticism of Plato and the Academy, New York1962, p. 211 ss.

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ticolar modo su alcune incongruenze terminologiche, come adesempio lutilizzo dellavverbio e, che sembra implicare la duratatemporale piuttosto che escluderla. Ci non toglie, per, che nel te-sto siano esclusi esplicitamente il passato e il futuro. Dunque, pre-scindendo dalla questione della durata, Platone ha certamente im-maginato atemporalmente leternit del paradigma. per vero chelavverbio che caratterizza questa atemporalit non ancora il nndei neoplatonici, adimensionale e simile a un punto (Plotino,Enn. III 7, 3.15), ma il problematico e.

Platone non cita mai latemporalit di Parmenide 43. Questosignificativo silenzio, cominciato nel seno stesso della scuola eleati-ca 44, continuer con Aristotele, che pure discuter molto sia il pen-siero eleatico sia il problema del tempo, e durer per molti secoli.Verr rotto soltanto con i neoplatonici, allorch il contesto filosofi-co sar radicalmente mutato e lidea di atemporalit platonica verrripresa e approfondita, oltre al fatto che circoleranno ormai copiecorrotte del poema di Parmenide. Cos Ammonio, in un passo nelquale la mediazione di Platone nella lettura di Parmenide esplici-ta, potr scrivere: [] come Timeo ci ha insegnato e come Aristo-tele medesimo afferma quando parla di cose teologiche, e prima dicostoro Parmenide non solo quello di cui parla Platone, ma ancheParmenide stesso nei suoi versi non c presso gli dei n passaton futuro, dal momento che ciascuno di questi non : luno non pi e laltro non ancora, luno si mutato e laltro deve subiremutazione. E non neppure possibile porre in accordo cose di que-

43 Parmenide sar il protagonista del dialogo platonico omonimo, in cui iltempo diverr oggetto di analisi sottili e verr presentata la nota figura dellxa-fnhj. Non facciamo qui riferimento a questo enigmatico scritto, non solo per leoggettive difficolt dinterpretazione del dialogo, ma anche perch mi pare che inesso non vi sia una formulazione delleternit atemporale, perlomeno nella formache qui ci interessa.

44 Non possibile ricavare dai paradossi zenoniani, caratterizzati dalla stra-tegia della reductio ad absurdum, alcuna tesi positiva sullessere. Va ricordato, poi,che essi erano diretti contro la molteplicit e il movimento. Ad esempio, il notoparadosso della freccia, che secondo alcuni rievocherebbe latemporalismo parme-nideo, concludeva con una contraddizione, la freccia che vola immobile, mi-rante a mostrare lassurdit del movimento, e non lirrealt del tempo. Su questoparadosso si veda F.A. Shamsi, A Note on Aristotle Physics 239 b 5-7: What ExactlyWas Zenos Argument of the Arrow?, Ancient Philosophy, 14 (1994), pp. 51-72.

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sto genere con cose che realmente sono e che non accolgono muta-zione nemmeno secondo il pensiero (28 A 30 D.-K., trad. Reale).

Laffermazione parmenidea di un essere atemporale si presen-ta, dunque, in questo contesto. Essa sorge allinterno di una tradi-zione in cui il problema del tempo non ancora posto; la primaformulazione dellatemporalit ma non ha immediati successori; an-ticipa unidea che sar sviluppata da Platone ma in una forma di-versa e non esente da problemi ermeneutici; non ha testimoni senon molto tardi.

da questo nodo di problemi che intende prendere le mossela mia ricerca. Oggetto di questo studio sar la vexata quaestio dellacorretta interpretazione del verso 8.5 del poema, che secondo lamaggioranza degli studiosi esprimerebbe inequivocabilmente la ne-gazione del tempo. Affronter la questione sottolineando costante-mente la problematicit dellinterpretazione del testo parmenideo.Richard Sorabji ha sintetizzato bene questo punto: The difficultiesof understanding are not surprising, given that we have here a poem,recording the words of a goddess, composed by a philosopherstruggling with novel ideas, written at the dawn of Western philo-sophy, and transmitted via divergent manuscripts 45. Laspetto te-stuale costituisce senza dubbio uno dei problemi pi gravi, e nonsolo laddove si in presenza di conflitto tra le fonti. Anche nel casodi una concordanza nei manoscritti, infatti, non sono pochi i casi incui si pu sospettare una corruzione o un intervento tendenzioso diqualche copista del passato. Come ha scritto Denis OBrien: la fal-sification philosophique du pome de Parmnide na t limite ni un seul auteur, ni une seule poque. Des formules anachroni-ques, dinspiration platonicienne ou noplatonicienne, se sont gref-fes sur le texte original du pome de Parmnide au fil des annes,depuis (au moins) le deuxime sicle aprs Jsus-Christ, jusqu lafin de lAntiquit 46.

Mi propongo, dunque: di ricostruire il dibattito critico sultema delleternit in Parmenide (cap. 1), di riformulare il problema

45 R. Sorabji, Time, Creation and the Continuum: Theories in Antiquity andthe Early Middle Ages, London 1983, p. 128.

46 D. OBrien, Problmes dtablissement du texte, in P. Aubenque (d. par),tudes sur Parmnide, vol. II: Problmes dinterprtation, Paris 1987, p. 341.

Introduzione

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dellatemporalit, ponendolo nel contesto dei frammenti del poema(cap. 2), di offrire un contributo allesegesi del verso 8.5, che log-getto principale della controversia (cap. 3). Come si vedr, questolavoro si pone allinterno del filone di studi contrari alla tradiziona-le interpretazione atemporalista di Parmenide. Rifiutare linterpre-tazione classica non vuol dire per abbracciare la tesi opposta, cheinvece ritraduce leternit di Parmenide in termini di perpetuit. Ilvero risultato a cui vorrei giungere con il presente studio mostrarela possibilit di una terza via interpretativa, che superi lo stallo deldibattito contemporaneo, e inauguri una nuova prospettiva sullastrategia compositiva del frammento 8 del poema.

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1.

LETERNIT DI PARMENIDEStoria di un dibattito

Nella storia delle interpretazioni del pensiero parmenideo, lideadelleternit fuori del tempo rappresenta uno dei motivi principali ericorrenti. Angelo Pasquinelli sostenne che latemporalit costitui-sce il punto centrale della metafisica parmenidea, intorno a cuiruota lintero sistema 1. Come si detto nellintroduzione, secondola lettura classica Parmenide espresse questa idea attraverso la ne-gazione del passato e del futuro dellessere e laffermazione del pre-sente atemporale nel noto verso 8.5:

od pot n od stai, pe nn stin mo pn

N una volta era, n sar, perch ora insieme tutto quanto

Il verso appartiene al frammento maggiore del poema in nostropossesso, nel quale leleate elenca e deduce i caratteri dellessere:lingeneratezza e limmortalit, lunit, linterezza, limmobilit. Aquesti attributi il verso 5 aggiungerebbe la presenza atemporale.Non sono mancate, per, nella storia della critica, letture alternati-ve a quella maggioritaria.

1 A. Pasquinelli, I Presocratici. Frammenti e testimonianze, Torino 1958,p. 402 n. 42.

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Un primo dubbio sulla validit dellinterpretazione classica fuespresso da Pilo Albertelli nel 1939 nella sua traduzione dei fram-menti degli Eleati 2. Gli argomenti che Albertelli proponeva eranodue: il primo si basava sullindizio di uningiustificata disarmoniaallinterno del pensiero parmenideo, e cio il contrasto tra il carat-tere dellimmortalit dellessere e quello dellextratemporalit, con-trasto che, secondo Albertelli, non va inteso come il segno di unin-certezza di Parmenide, ma piuttosto come quello di un errore din-terpretazione nel caso dellextratemporalit, che tra i due caratteriin conflitto, quello pi equivoco nel testo; il secondo argomento erainvece teorico, e cio limpossibilit di immaginare lextratempora-lit senza presupporre il tempo come misura del movimento, ossiasenza il riconoscimento dellidealit del tempo, cosa che, secondoAlbertelli, era impossibile prima di Platone 3. Per queste ragioni il

2 P. Albertelli, Gli Eleati. Testimonianze e frammenti, Bari 1939, pp. 143-144 n. 11. Gi prima di Albertelli, Cornford (op. cit.) aveva sostenuto che lessereparmenideo fosse eterno nel senso della durata. Tuttavia, opponeva questa durataa quella del tempo comune: per questa ragione, secondo Tarn, anche Cornfordpu essere annoverato tra coloro che ritengono atemporale lessere di Parmenide.Ma anche tra i sostenitori dellatemporalit parmenidea era possibile trovare posi-zioni pi prudenti. Si legga quanto scrisse Gomperz su questo punto: C un pas-so nel quale sembra che persino lo scorrere del tempo sia posto in questione; e, di-fatti, che cosa pu mai significare lidea del tempo dove nulla avviene nel tempo, equando si nega ogni realt ai processi temporali?. Lidea di Gomperz chiara:lessere che Parmenide ha immaginato ununit immutabile. Nulla gli accade real-mente, e dunque di fatto fuori dal tempo. E tuttavia lo studioso aggiunge: Pernon sembra che lEleate si sia molto indugiato su questo punto, che segna il culmi-ne della sua capacit dastrazione (Th. Gomperz, Griechische Denker. Eine Ge-schichte der antiken Philosophie, Leipzig 1896, trad. it. Pensatori greci. Storia dellafilosofia antica, vol. 1, Firenze 1967, 2a rist. della 3a ed., p. 263). Questultimaosservazione, se aggiunta alla cautela con cui Gomperz presenta il dato dellatem-poralit parmenidea (sembra che persino lo scorrere del tempo sia posto in que-stione) ci pare estremamente importante perch, come vedremo, segna due dei li-miti della lettura classica: il primo dato dallassenza di un approfondimento del-lidea di atemporalit da parte di Parmenide; il secondo dovuto alla rilevanza teo-rica di questa idea, che lo studioso non ha dubbi nel considerare il culmine dellasua capacit di astrazione, fatto questo che aggrava la concisione e la vaghezzacon cui Parmenide affronta il tema.

3 Albertelli ci d unindicazione importante: oltre a dirci perch Parmenidenon avrebbe scoperto leternit, ci spiega anche perch Platone sarebbe stato ilprimo a farlo. A questo proposito, Albertelli sostiene che, in qualche modo, la let-

Capitolo 1

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senso del verso, secondo lo studioso, sarebbe il seguente: non maiera non essendo pi ora (negazione del perire), n sar non essendoora (negazione del nascere) 4.

Anni dopo, unidentica interpretazione fu proposta da Her-mann Frnkel, nelledizione del 1955 di Parmenidesstudien 5. An-che Frnkel giudic ingiustificata lidea secondo cui Parmenide a-vesse negato il tempo. Mentre Albertelli aveva richiamato latten-zione sul carattere dellimmortalit, Frnkel sottoline limportanzadei versi 8.29-30:

tatn t n tati te mnon kaq aut te ketaicotwj mpedon aqi mnei:

E rimanendo identico e nellidentico, in s medesimo giace,e in questo modo rimane l saldo.

Questo passo esprimerebbe inequivocabilmente il carattere di per-manenza dellessere, che implica la durata temporale. Lessere per-mane nel tempo, identico a s, e dunque non pu essere atempora-le. Lidea di fondo della lettura del verso 8.5 proposta da Frnkelconsisteva nel ritenere che la negazione del verso pi che colpire ilpassato e il futuro in se stessi, a fronte di un presente atemporale,come avveniva nella lettura tradizionale, avesse di mira quel pot(inteso in un senso assoluto) contrapposto al nn.

Lintuizione di Albertelli fu approfondita da Leonardo Tarnnella sua monografia su Parmenide del 1965 6: con questopera ladiscussione sulleternit in Parmenide abbandoner lo spazio di sem-plici note di commento, comera avvenuto con Albertelli e Frnkel,per occupare intere pagine. Tarn riteneva che lintroduzione dellanozione di atemporalit nellinterpretazione del poema avesse pre-giudicato non solo la corretta comprensione del verso 8.5, ma an-che quella del rapporto tra questo verso e quelli immediatamente

tura posteriore del verso in questione sarebbe stata viziata proprio dalla conoscen-za di Platone; che cio si sia letto 8.5 tenendo in mente Ti. 37e-38a.

4 P. Albertelli, op. cit., p. 143 n. 11.5 H. Frnkel, Wege cit., p. 191 n. 1.6 L. Tarn, Parmenides. Text, Transl., Comm. and Critical Essays by L.

Tarn, Princeton 1965, pp. 175-188.

Leternit di Parmenide Storia di un dibattito

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successivi, della deduzione che si sviluppa fino a 8.49, e di conse-guenza dellintera dottrina di Parmenide. Innanzitutto andrebbe ri-cordato, afferma Tarn, che la frase non si chiude con il verso. In8.5-6 leggiamo:

od pot n od stai, pe nn stin mo pnn, sunecj:

N una volta era, n sar, perch ora insieme tutto quantouno, continuo.

Al principio di 8.6 troviamo n e sunecj che approfondiscono echiariscono mo pn del verso precedente, formula che poteva es-sere fraintesa nel senso di una molteplicit di elementi tra loro soli-dali. Parmenide affermerebbe che lessere non morto e non dovrnascere (non era e non sar senza essere ora, perch gi adesso),in modo per da negare anche la nascita e la morte parziali: non so-lo cio genesi e distruzione dellintero essere, ma anche delle sueparti eventuali, come avviene in ogni processo, allorch qualcosadellintero nel cambiamento muore e qualcosaltro prende vita 7.Ecco perch Parmenide chiude il pensiero espresso dai due versicon unaffermazione forte della completezza dellessere (mo pn,n, sunecj). Lingeneratezza e limmortalit dellessere, gi annun-ciati in 8.3, comprenderebbero allora anche il rifiuto di ogni muta-mento. Che il verso 8.5, poi, riprenda la confutazione della nascitae della morte, lo confermerebbe la prosecuzione di 8.6:

tna gr gnnan dizseai ato;

Quale origine, infatti, cercherai di esso?

7 Lidea che il verso 8.5 intendesse negare la distruzione dellessere nel pas-sato (non era), e la nascita dellessere nel futuro (non sar), oltre che di Albertelli,Frnkel e Tarn, fu anche di Mondolfo: E cos anche lessere esclude il passato inquanto implichi distruzione e il futuro in quanto implichi nascimento (Linfinitocit., pp. 94-95). E tuttavia, stranamente questa lettura per Mondolfo non era alter-nativa a quella atemporalista. Eppure, tra le due interpretazioni si d un vero autaut, poich luna afferma e laltra nega il passato e il futuro.

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Il gr si ricollega al contenuto del verso precedente. Ora, tutto citenderebbe a far escludere che nel verso 8.5 si stia negando il tem-po: del resto, nota Tarn, questa osservazione confermata dallostesso nn, che esprime il presente, anzi un presente determinato, equindi un momento del tempo (cosa, dice ancora Tarn, di cui eraconsapevole lo stesso Platone). Come naturale complemento di nn,vi pot, vero oggetto della negazione. Non sono dunque il passatoe il futuro in se stessi ad essere esclusi: [] the line asserts thatpast and future cannot be unqualifiedly predicated of Being 8. Maper dedurre da ci che Parmenide ritenesse il suo essere fuori deltempo, sarebbe necessario trovare unaffermazione inequivocabileche ne testimoniasse la consapevolezza della connessione logica tratempo e processo: affermazione che nel poema non troviamo. Anzi,ci sono alcune evidenze testuali che mostrano come Parmenide nonrifiutasse affatto la durata dellessere. Sono tre i passi che Tarnmenziona. Come gi Frnkel, riporta i versi 8.29-30: in essi a tem-poral entity is [] implied 9. Probabilmente qui Tarn, comeFrnkel, si riferisce alla permanenza (e quindi alla durata) implicatada mnei. A questi aggiunge 8.26-28, che contengono i caratteri acui si riferiva Albertelli:

atr knhton meglwn n perasi desmnstin narcon pauston, pe gnesij ka leqrojtle ml plcqhsan, pse d pstij lhqj.

Ma immobile, nei limiti di grandi legami senza un principio e senza una fine, poich nascita e mortesono state cacciate lontane e le respinse una vera certezza.

Collegando lingeneratezza e limmortalit allassenza di inizio efine, questo passo dimostrerebbe limpossibilit di vedere nel rifiu-to della nascita e della morte una caratterizzazione atemporale del-lessere. Infatti, senza inizio e senza fine presuppongono la du-rata. Il terzo passo che Tarn segnala, e questa volta senza avereprecedenti in Albertelli e Frnkel, 8.36-37:

8 L. Tarn, op. cit., p. 180.9 Ibidem.

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odn gr stin stai 10llo prex to ntoj

Infatti, nientaltro o o sarallinfuori dellessere []

Luso esplicito del futuro inficia la lettura di 8.5 nel senso di unanegazione dei momenti del tempo. Lestensione temporale sarebbequi esplicitamente ammessa.

Parmenide, dunque, non colse lidea di atemporalit; sar Pla-tone il primo pensatore ad afferrare quellidea, in quanto nel suopensiero sar presente il presupposto filosofico delleternit e ciola distinzione tra due piani di realt, uno fisico e temporale ed unoideale e quindi extratemporale.

dalle posizioni di Frnkel e Tarn che si pu dire origini ildibattito storico-filosofico sullatemporalit in Parmenide, dibattitodi cui uno dei passaggi capitali (poich lo ritroviamo ripreso anchepolemicamente in contributi successivi) rappresentato dallartico-lo di Gwilym Owen su The Monist del 1966, dal titolo Plato andParmenides on the Timeless Present 11. Owen d uninterpretazioneanalitica del pensiero parmenideo: egli indaga Parmenide (passan-do poi a Platone) avendo come riferimento non unontologia del-lessere senza tempo, ma la semantica delle affermazioni intempora-li, come quelle matematiche 12, che valgono al di l di un momentotemporale specifico.

10 Questa la forma che assume il verso dopo la congettura di Preller (L.Preller, A.H. Ritter, Historia philosophiae Graeco-Romanae ex fontium locis contex-ta, Hamburg 1838). La lezione del verso citato da Simplicio, su cui concordavanotutti i manoscritti, era invece la seguente: od crnoj stin stai. Il punto che,nonostante lindubbio interesse che questo termine ha per la nostra ricerca, crnojin questo contesto non ha senso. tuttavia in un altro punto del trattato di Simpli-cio sulla Fisica aristotelica (in Ph. 86-87 D.) che lautore richiama questo passo, inuna forma simile a quella da noi oggi conosciuta. La ragione della corruzione ci data da Diels (H. Diels, Parmenides, Lehrgedicht, Berlin 1897) e tiene conto dellegrafie compendiarie: il compendio di gr (gr) e quello di crnoj (cr) sono molto similitra loro, e facilmente equivocabili dal copista dellarchetipo dei codici simpliciani.

11 G.E.L. Owen, Plato and Parmenides on the Timeless Present, The Monist,50 (1966), pp. 317-340.

12 unidea che ebbe gi W. Kneale, Time and Eternity in Theology, Aris-totelian Society Proceeding, n.s., 61 (1960-61), pp. 87-108, che, tra laltro, pur

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Uno dei meriti di questo contributo quello di esplicitare unpresupposto dellinterpretazione classica delleternit parmenidea,e cio il fatto che Parmenide avrebbe dedotto latemporalit dal-limmutabilit. Il passaggio sarebbe avvenuto dallaffermazione cheil soggetto immutabile, a quella che ne nega un passato ed un fu-turo. Entrambe queste affermazioni sono esplicite (per quanto laseconda pu essere messa in discussione, come hanno fatto Frnkele Tarn). Ci che manca il passaggio dalla prima alla seconda, vi-sto che dalluna non discende immediatamente laltra. SecondoOwen il passaggio implicito sarebbe offerto dalla seguente conside-razione: se il passato e il futuro hanno un senso, deve essere per lo-ro vero ci che non vero al presente. Insomma, deve essere pre-supposto un mutamento che per lipotesi iniziale non ammetteva.Dunque, il passato e il futuro sono messi fuori gioco.

Owen non pu che essere dunque in disaccordo con la letturadel verso 8.5 proposta da Frnkel, che contesta per ragioni lingui-stiche, in quanto, a suo parere, fondata su di una traduzione nonnaturale del greco. Ma ne mette in discussione anche un argomen-to, e cio quello che riconosce una contraddizione tra la presuntaatemporalit di 8.5 e laffermazione di 8.29-30, in cui si dice chelessere rimane sempre lo stesso, cosa che ne indicherebbe la per-manenza. Owen ribatte che questa incoerenza non estranea al ti-po di argomentazione di Parmenide, in quanto il passaggio dallim-mutabilit allatemporalit avverrebbe per gradi intermedi che poiverrebbero superati. Tra questi gradi c anche la permanenza. Par-menide infatti parla di smata, segni, e Owen afferma che i segna-via servono solo fino al momento in cui si giunge a destinazione.

Ma lefficacia di una soluzione di questo genere appare moltodubbia. Nei fatti, i versi 8.29-30 seguono non soltanto le afferma-zioni di immutabilit e atemporalit, ma anche il distico 8.19-20 incui, secondo alcuni, si troverebbe una ripresa dellatemporalit.

senza mettere esplicitamente in discussione la lettura tradizionale delleternit inParmenide, propose una nuova soluzione, che egli stesso ammise essere poco piche una congettura, in qualche modo incrociando linterpretazione atemporalistacon quella temporale: leternit di Parmenide potrebbe essere ciclica (forma que-sta che, com noto, ha avuto molto consenso nellantichit). In questa ciclicitpassato e futuro non avrebbero senso.

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Ora: che senso avrebbe utilizzare il linguaggio della permanenzacome passaggio intermedio verso un approdo che si gi raggiun-to? Non convince nemmeno il significato dato ai smata. Ma ilpunto pi importante che emerge dallo studio di Owen quelloche dimostra lo sforzo stesso dello studioso nel giustificare latem-poralismo parmenideo, ossia lassenza del passaggio intermedio tralimmutabilit e latemporalit dellessere nel testo a noi giunto.

Owen, abbiamo visto, aveva polemizzato con Frnkel. CharlesKahn discusse invece linterpretazione di Tarn nella recensionepubblicata nel 1968 su Gnomon 13. Tra le scelte testuali e le in-terpretazioni esaminate, ampio spazio Kahn concesse alla discussio-ne del problema del tempo. Enumeriamo qui le sue osservazioni inproposito:1. Intanto, il verso 8.5 non lunico passo che afferma latempora-

lit: la negazione del futuro e del passato sarebbe ripetuta chia-ramente in 8.19-20 14:

pj d n peita ploi t n; pj d n ke gnoito;e gr gent, ok st, od e pote mllei sesqai.

E come lessere potrebbe esistere nel futuro? E come potrebbe esserenato?

Infatti, se nacque, non ; e neppure esso , se mai dovr essere in futuro.

2. Non vero che il pot riduce la negazione di passato e futuro aquella di generazione e distruzione. Come alcuni hanno notato,dice Kahn, opote n la negazione pi forte possibile di e n.

3. vero che dopo 8.5 con 8.6 inizia largomentazione contro lagenesi. Ma ci riconferma soltanto (come mostra anche 8.19-20)che le negazioni di genesi e tempo sono connesse e non significa

13 C.H. Kahn, recensione a L. Tarn, Parmenides, Gnomon, 40 (1968),pp. 123-133.

14 Propongono la stessa interpretazione A. Patin, Parmenides im Kampfegegen Heraklit, Jahrbcher fr classische Philologie, 25 (1899), Supplement-band, p. 553 s., che per stranamente non riscontrava latemporalit nel verso 8.5;G. Calogero, Studi sulleleatismo, Firenze 1932, p. 63 in nota; R. Mondolfo, Linfi-nito cit., p. 93 n. 3; M. Untersteiner, Parmenide. Testimonianze e frammenti, Firen-ze 1958, p. CXLIII n. 100.

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che in 8.6 debba esserci una mera riaffermazione di ci che detto in 8.5.

4. Tarn sostiene che Parmenide non deduce esplicitamente dallanegazione di knhsij (movimento-mutamento) quella del tempo.Questa potrebbe comunque derivare dalla negazione della gene-si, o implicitamente da quella del processo, come vuole Owen.Ma Kahn propone unaltra soluzione: la negazione del tempopu discendere dalla disgiunzione di base tra e non . In-fatti, il tempo introduce lera e il sar, che non sono edunque rientrano nel non 15.

5. Tarn fa notare luso del linguaggio temporale che contraddi-rebbe latemporalit. Innanzitutto, la questione del presente:Parmenide dovrebbe aver colto che anche il presente una par-te del tempo. Ma Kahn ribatte che ci sono due usi possibili del

15 Questa obiezione di Kahn a Tarn fu ripetuta da Leo Groarke (Parmeni-des Timeless Universe, Dialogue, 24, 1985, pp. 535-541) nei confronti DavidGallop (Parmenides of Elea. Fragments, a Text and Translation with an Introduction,Toronto 1984, pp. 13-16) che aveva ripreso la linea interpretativa di Tarn. Groarkenon cita Kahn, il che lascia pensare che la sua argomentazione sia sorta indipen-dentemente da questi. A Groarke risponder Mohan Matthen (A Note on Parme-nides Denial of Past and Future, Dialogue, 25, 1986, pp. 553-557), ma con uncontributo tutto teorico, senza alcuna rilevanza storica, come gli verr rimprovera-to dallo stesso Groarke (Parmenides Timeless Universe, Again, Dialogue, 26,1987, pp. 549-552). Lidea che a fondamento dellatemporalit parmenidea vi sialimplicazione del non-essere nella logica temporale, contenuta anche nel lungoarticolo di Ronald C. Hoy (Parmenides Complete Rejection of Time, The Journalof Philosophy, 91, 1994, pp. 573-598). Secondo Hoy, per, non tanto il rifiutodel non-essere da parte di Parmenide a motivare la negazione del tempo, quanto ilfatto che il non-essere renda il tempo contraddittorio (perch il passato e il futurosarebbero, in quanto momenti temporali, e al tempo stesso non sarebbero pi e an-cora). Parmenide rifiuterebbe proprio questa contraddizione. Ma anche larticolodi Hoy ha uno spessore soltanto teorico. Lautore non fa alcun riferimento al testodi Parmenide e nemmeno si confronta con gli studiosi che hanno affrontato il pro-blema del tempo in questo filosofo (con poche eccezioni, ma comunque mai constudiosi che hanno messo in discussione latemporalit parmenidea). Non convin-ce il fatto che sia la scoperta di una contraddizione alla base del rifiuto del tempo.Molto pi aderente al pensiero di Parmenide lipotesi di Kahn secondo cui sareb-be il solo fatto che il non-essere sia implicato nel tempo (a prescindere dalle con-traddizioni che crea) a motivare la negazione del tempo. questo il modo in cuianche Calogero giustific leterno presente parmenideo (si veda ad es. Storia dellalogica, vol. I: Let arcaica, Bari 1967, pp. 133-135).

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presente: luso unmarked e quello marked. Mentre que-stultimo si oppone a passato e futuro, il primo esclude il tempoin genere ( il presente di due pi due uguale a quattro).Del resto lo stesso Tarn ha ammesso che Platone ha colto ilpresente unmarked: perch non dovrebbe averlo fatto Parme-nide? E poi, laffermazione che niente ci sar oltre lessere (8.36-37) non implica necessariamente, come vorrebbe Tarn, chesempre ci sar lessere. vero, ammette Kahn, che ci sono e-spressioni che suggeriscono un riferimento alla durata tempora-le (pauston 8.27, aqi mnei 8.30, nn sti 8.5). Ma noto che illinguaggio normalmente debole nellesprimere leternit, spe-cialmente il greco e lindoeuropeo in genere, che fortementetense-oriented. Tarn stesso avrebbe detto in un altro conte-sto che Parmenide costretto ad usare un vocabolario non adat-to al pensiero astratto.

Ma questultimo punto convince poco. Qui, nonostante inseriscann sti tra le espressioni problematiche del poema, Kahn non notacome sia proprio il nn a fare la differenza tra Parmenide e Platone,poich il primo lo accetta e il secondo lo rifiuta. Il nn impedisceluso unmarked del presente, poich chiaro che il riferimentonon ad un presente indeterminato (due pi due uguale a quat-tro) ma a questo presente, cio adesso. Il punto 1 discutibile, poi-ch la ripresa di 8.5 in 8.19-20 tuttaltro che chiara, come si vedrnellanalisi dei frammenti che compier nel prossimo capitolo; piconvincenti i punti 2 e 3 che mostrano la difficolt della lettura al-ternativa proposta da Tarn. Ma il contributo pi importante offer-to da Kahn quello dato alla giustificazione dellatemporalit, conil punto 4. Kahn, sostenendo che il rifiuto del tempo poggia sul-lopposizione tra e non , propone una spiegazione (nonnuova per la verit) allapparenza molto solida: intanto, perch sca-valca la questione dellesplicitazione del presupposto tempo-diveni-re, poich lopposizione /non- esplicita; poi, perch il verso 8.5negando lera e il sar sembra star proprio rifiutando due for-me di non , come conferma la seconda parte del verso che op-pone, in forma di spiegazione causale, laffermazione forte del pre-sente, e come sembrerebbe confermare, forse, lo stesso distico 8.19-20; infine perch, mentre per il nesso tempo-divenire si potevano a-vanzare dubbi di carattere storico, data lassenza di una documen-

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tazione sul coglimento di questa connessione, la giustificazione pro-posta da Kahn sembra, invece, essere pienamente in linea con ilpensiero di Parmenide, che sullesclusione del non-essere basa tuttala sua deduzione.

Abbiamo cos due proposte di giustificazione filosofica della-temporalit parmenidea, che potremmo distinguere in argomento fi-sico (sostenuto ad esempio da Owen e Reale) e argomento logico-on-tologico (sostenuto ad esempio da Kahn e Calogero). Il primo, co-me abbiamo detto, ricava la negazione del tempo da quella del di-venire. Il ragionamento : non c tempo laddove non c alcunmutamento; ma nellessere parmenideo non vi mutamento, dun-que non vi nemmeno tempo. Il secondo argomento si concentrasui momenti del tempo e la loro, direi, semantica ontologica: iltempo consiste in passato, presente e futuro, ossia in era, , sar, maera e sar implicano il non essere (pi o ancora); ora, lessere nonpu non essere, di conseguenza non era e non sar, e lunico mo-mento che pu essergli attribuito quello espresso dall 16.

Ci su cui vorrei qui attirare lattenzione un aspetto dellaquestione che non sembra essere stato adeguatamente sottolineatodagli studiosi e cio lindipendenza che sussiste tra i due argomenti:a differenza di ci che pu apparire, infatti, essi non comunicanotra loro. Il primo afferma che il tempo non ha senso senza il diveni-re. Il secondo sostiene invece linesistenza del passato e del futuro,a prescindere dal mutamento. Dunque, per largomento fisico ilpassato e il futuro vanno scartati in quanto hanno senso solo nel di-venire, e questo perch costitutivamente diversi dal presente (ciche diviene, era e sar in un modo diverso da com adesso); perlargomento logico-ontologico vanno invece rifiutati perch inesi-stenti, e questo sia nel caso in cui vi sia mutamento, sia nel caso incui non ve ne sia alcuno. Lera e il sar di un ente immutabile, per ilprimo argomento, non si distinguono dall, e quindi non hannosenso: tutto il tempo si riduce al presente. Per il secondo argomen-to, invece, in ogni caso passato e futuro si distinguono radicalmente

16 Lessere parmenideo senza inizio e senza fine. evidente che scartatacos laltra possibile conclusione di questo ragionamento, e cio che lessere siaistantaneo (non era e non sar, ma ), perch ogni istante ha invece inizio e fine(sebbene paradossalmente coincidenti).

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dal presente, allo stesso modo in cui si distinguono lessere e il non-essere 17.

Entrambi gli argomenti dunque rimandano ad un aspetto deltempo che entrerebbe in conflitto con un motivo del pensiero par-menideo. Nellargomento ontologico il fatto che il tempo implichila nullit del passato e del futuro confligge con il fondamentodellimpossibilit del nulla. Largomento fisico, invece, mostra co-me lesistenza del tempo, implicante quella del divenire, confligge-rebbe con limmutabilit dellessere. Ci dimostra come questi ar-gomenti non sono di per s sufficienti a fondare latemporalit, mahanno validit solo allinterno del contesto del pensiero parmeni-deo (anche Aristotele, ad esempio, riterr che il passato e il futuronon esistano e tuttavia ammetter lesistenza del tempo).

Il 1970 fu un anno importante per il dibattito sulleternit inParmenide, poich allora furono pubblicati tre interessanti contri-buti sullargomento. Il primo la monografia di Alexander Moure-latos dal titolo The Route of Parmenides 18, che affronta tra laltro laquestione della consapevolezza di Parmenide dellatemporalit(Mourelatos parla di tenselessness). Una traccia di questa consa-pevolezza, secondo lo studioso, la offrirebbe il verso 8.5 con unachiara negazione di passato e futuro, se la presenza delladesso nonsembrasse indicare il fatto che continui ad esserci un condiziona-mento del tempo. Ma, si chiede Mourelatos, come leggere tempo-ralmente questo verso? Lo si pu intendere come affermazione del

17 I due argomenti, come si vede, sono alternativi. Ci non vuol dire che lofossero anche per Parmenide. Dobbiamo quindi considerare la possibilit che Par-menide li ritenesse validi entrambi, per quanto ci mi sembri molto difficile. unidea questa che pi che chiarire, complica senza motivo il pensiero di Parmeni-de, il quale da filosofo arcaico di certo non distingueva tutto ci che distinguiamonoi: ma non per questo confondeva oltre ai concetti, anche le argomentazioni, perquanto incerte o logicamente errate fossero. In altre parole, secondo me Parmeni-de sapeva con chiarezza perch pensava certe cose. I due argomenti proposti daglistudiosi sono troppo sofisticati (come del resto la stessa idea di atemporalit) perpoter essere confusi. Aggiungo che si pu far rientrare nellambito dellargomentofisico anche la posizione di Mondolfo, secondo cui latemporalit discenderebbedalla negazione di genesi e distruzione.

18 A.P.D. Mourelatos, The Route of Parmenides. A Study of Word, Image,and Argument in the Fragments, New Haven - London 1970, pp. 103-111.

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presente momentaneo senza passato e futuro, che per unidea e-stranea al discorso parmenideo. Si pu, allora, evitare di prenderealla lettera ladesso, intendendolo come continuamente, operazioneche oltre ad essere forzata non concilia con quel che Parmenide di-ce: il filosofo, infatti, non sostiene che non necessario dire era esar perch lessere continuamente, ma che impossibile direera o sar, e questo contraddice la continuit. Non resta cheinterpretare come Tarn e Frnkel: non era senza essere ancora, nsar senza essere gi, perch adesso. A questo punto, per, Mou-relatos fa unosservazione che mostra la debolezza di fondo di que-sta interpretazione: But the logical connection in this case is so tri-vial that the pe, since, appears otiose an ll, but, wouldhave served just as well. This is only a symptom of a more seriousweakness. Those who think in terms of generation and perishingenvisage, primarily, the possibility of something being born in thepast and/or perishing in the future. These are the views which Par-menides is anxious to counter. But the translation of B 8.5 just gi-ven says nothing against them 19. In effetti, stando alla lettura diTarn-Frnkel (e Albertelli), Parmenide nel verso starebbe soste-nendo che lessere non distrutto nel passato e non generabile nelfuturo; ma la prova che Parmenide dovr sviluppare invece quelladei caratteri annunciati al verso 8.3, ossia che lessere ingenerato eindistruttibile (quindi non generato nel passato, e non distruttibilenel futuro); altrimenti si afferma una banalit: poich dire che ln, implica gi che nel passato esso non si estinto e nel futuro nondovr nascere.

In pi, la costruzione del verso proposta da Frnkel e Tarn difficilmente accettabile, poich essa richiede necessariamente gliincisi che nel verso mancano, ossia senza essere ancora e non es-sendo gi. Per questa ragione non resta che tornare ad unidea ditenselessness, e ritenere il nn as an infelicity 20. Del resto nonc un modo semplice e diretto di esprimere latemporalit, e dob-biamo immaginare che ci valesse a maggior ragione in et arcaica,

19 A.P.D. Mourelatos, op. cit., p. 106.20 Ibidem. Pierre Aubenque parler, a proposito del nn, di inconsquen-

ce (P. Aubenque, Syntaxe et smantique de ltre dans le Pome de Parmnide, inP. Aubenque, d. par, op. cit., vol. II, p. 129).

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per un pensatore che per la prima volta introduceva una nozione diquesto genere.

Mourelatos aggiunge tre indicazioni a favore di questa sceltainterpretativa. Il contrasto tra Parmenide 8.5 ed Eraclito B 30 fapensare ad un motivo polemico alla base della formulazione parme-nidea, pi che ad una semplice coincidenza testuale. Poi, cosa anco-ra pi grave, lassenza di ae nella parte sulla verit, non sembra es-sere casuale, come non lo , al contrario, la sua presenza nel fram-mento 15.1, vale a dire nella parte sullopinione: anche qui, questodato sembra essere intenzionale ed esprimere lassenza del temponellessere e la sua presenza nel mondo fisico. Infine, sempre nellasezione sullopinione, precisamente nellultimo frammento, B 19,troviamo unaffermazione che sembra ricalcare la formula era, ,sar, ossia il riferimento allo scorrere del tempo delle cose, di con-tro alla stabilit atemporale dellessere:

otw toi kat dxan fu tde ka nun asika metpeit p tode teleutsousi trafnta:

In questo modo secondo lapparire queste cose sono nate e ora sonoe in seguito cresceranno e poi finiranno;

Ma sugli argomenti di Mourelatos possibile fare alcune osserva-zioni: intanto, questultimo frammento, il 19, descrive chiaramentelo sviluppo, il divenire delle cose, e non la loro pura temporalit odurata (come nel caso di era, , sar); le cose di cui qui si parla, sicontrappongono allessere parmenideo che non inizia, non si svi-luppa e non finisce una volta compiuto. Lopposizione sembra por-si su questo piano, pi che su quello del tempo: non dunque tem-poralit contro atemporalit, ma il divenire nel tempo contro lapermanenza nel tempo. Per quanto riguarda il contrasto di formulecon Eraclito, lintento polemico, per quanto suggestivo, puramen-te congetturale e comunque non cos evidente da risolvere la vexataquaestio della conoscenza di Eraclito da parte di Parmenide. Las-senza di sempre , poi, un dato con cui certamente bisogna fare iconti. Ci nonostante, essa non depone immediatamente a favoredellinterpretazione atemporalista, poich equivale ad unaltra as-senza, ancora pi importante, cio quella di una ripresa dellatem-poralit nel frammento 8, che molti vedrebbero in 8.19-20, ma che

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Mourelatos non riconosce, annettendo il distico (giustamente, secon-do me) ai versi dedicati alla discussione dellingeneratezza. Ad ognimodo, si pu sempre pensare allassenza di ae as an infelicity.

Mourelatos, per, tent anche di mostrare linfondatezza degliargomenti proposti per mettere in dubbio linterpretazione del-latemporalit. I termini narcon e pauston (8.27) non indicanolinfinit temporale, poich it is characteristic of Parmenidean ne-gations that they are unrestricted 21. Per questo con essi Parmeni-de negherebbe tutto ci che pu avere un inizio e una fine, cio tuttoci che nel tempo. Cos anche i termini che connotano permanenza(8.29-30) non dovrebbero essere letti al di fuori del contesto figura-tivo nel quale sono inseriti: infatti, subito dopo Parmenide parla dicatene e ceppi che imprigionerebbero lessere. Se su questo puntosi pu concordare con Mourelatos, sulla conciliazione tra i terminiche indicano linfinito e latemporalit, la perplessit permane.

Una discussione della posizione di Albertelli e Tarn conte-nuta nelledizione dei frammenti di Melisso curata da Giovanni Rea-le 22, e pubblicata sempre nel 1970, discussione propedeutica adunoriginale rilettura del pensiero di Melisso proprio sulla questio-ne dellatemporalit. Reale sostiene lesegesi comunemente accoltadel verso 8.5 parmenideo affermando che: I tentativi finora fatti dimetterla in crisi non sono riusciti 23. Contro la tesi di Albertelli, lostudioso mostra come le affermazioni di ingeneratezza e immortali-t non siano incompatibili con quella di un nn atemporale. Infatti,i caratteri narcon, pauston (8.27) e tleston (8.4) negherebberoun inizio e una fine nel tempo: solo nel tempo pu esserci inizio efine. Reale sviluppa questa difesa dellinterpretazione classica, pren-dendo in considerazione gli argomenti di Tarn. Intanto andrebberifiutata la traduzione che Tarn d del verso 8.5, secondo un usodellavverbio pot che Tarn argomenterebbe senza documentare (una critica che troviamo spesso nei confronti delle traduzioni diTarn e Frnkel). Poi, per quanto riguarda luso del futuro in 8.36-37, secondo Reale sono proprio questi versi che smentisconoTarn. Parmenide, infatti, starebbe dicendo che giammai ci sar

21 A.P.D. Mourelatos, op. cit., p. 108.22 G. Reale, op. cit., Introduzione cap. 2, Lessere e la sua eternit.23 Ivi, p. 47.

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qualcosaltro oltre lessere nel futuro, proprio per negare il tempo,ossia il futuro come innovazione radicale. Se ci fosse qualcosa, ci sa-rebbe futuro.

Come si vede, la linea difensiva di Reale in un certo senso lastessa di Mourelatos, ossia ritrovare nellargomentazione di Parme-nide negazioni unrestricted: non si nega la fine, ma ogni possibi-lit di fine; non si nega qualcosa nel futuro, ma ogni possibile futu-ro. Parmenide insomma direbbe meno di ci che in realt pensa.Ora, evidente che in Parmenide c molto di implicito, ma ne-cessario essere attenti a non scavalcare il contesto delle affermazioniesplicite. Ad esempio, per 8.36-37 a me sembra teoricamente possi-bile sia la lettura di Tarn sia quella di Reale: tutto dipende da dovesi intende che cada il senso della negazione, se sul futuro dellessereo se sullaltro dallessere. forse preferibile la lettura di Tarn, poi-ch nel verso, accanto al futuro si nega anche il presente (nulla osar ecc.). Per cui, il bersaglio non sembra essere quel tempo, quan-to lalterit dallessere.

Ci che, per, interessa qui rilevare come anche Reale espli-citi quel presupposto che abbiamo gi trovato in Owen, e cio ilnesso tempo-divenire (largomento fisico), ribadendolo a pi ripre-se. Reale infatti afferma che una volta negato il divenire non ha sen-so parlare di tempo 24. Tuttavia, lo studioso non tiene cos in contoil problema sollevato da Tarn della probabile inconsapevolezza diParmenide del nesso tempo-divenire, che Kahn aveva invece supe-rato, spostando lattenzione sullargomento ontologico.

Ancora del 70 larticolo di Malcolm Schofield, Did Parmeni-des discover Eternity? 25. In questo contributo lautore presenta ledue interpretazioni, quella tradizionale e quella dissenziente, pren-dendo posizione per questultima, pur senza accettare la traduzioneFrnkel-Tarn. Anche Schofield, dunque, come gi altri studiosi

24 Ad esempio, a p. 50 di Melisso cit., Reale scrive: Comunque, la tesi diAlbertelli e di Tarn potrebbe reggere solo a patto che si riuscisse a dimostrareche, una volta negato che lessere sia processo o risultato di processo, una volta ne-gati il divenire e il movimento, nel contesto del discorso veritativo parmenideo pos-sano avere ancora un significato il passato ed il futuro, e quale sia questo significato.

25 M. Schofield, Did Parmenides discover Eternity?, Archiv fr Geschichteder Philosophie, 52 (1970), pp. 113-135.

Capitolo 1

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che ho ricordato, sottolinea leccentricit di questa traduzione delverso 8.5. E tuttavia, sostiene questo autore, pur mantenendo la tra-duzione solita, non si possono trarre le usuali implicazioni, e inquesto si avvicina a Frnkel e Tarn. Larticolo di Schofield presen-ta in realt una posizione molto articolata, caratterizzata dalla pro-posta di riconoscere nel frammento 8 uninterpolazione, che, a det-ta dellautore, nellipotesi pi radicale va attribuita ad altri piutto-sto che a Parmenide, ma potrebbe trattarsi di una semplice aggiun-ta, un ripensamento successivo dello stesso Parmenide. Il fine diquesta interpolazione, che ovviamente comprenderebbe anche iltormentato verso 8.5, sarebbe stato quello di difendere il corpo ori-ginario del poema da alcune obiezioni sopravvenute dopo la suaprima stesura. Ora, difficile dissentire dallosservazione secondocui i versi 8.5-25 non presentano un tessuto armonico. E tuttaviaci non basta per vedere in questi versi uninterpolazione, tanto piche tutto il frammento 8 (ma direi tutto il poema) a non avere, perragioni evidenti quali larcaicit del poema, una struttura lineare.

Uno degli argomenti che Schofield prende in considerazione quello utilizzato da Kahn, secondo cui nei versi 8.19-20 ci sarebbe,come abbiamo visto, una sorta di riconferma dellatemporalit, os-sia della negazione del passato e del futuro, cosa che Schofield con-testa per ragioni linguistiche, affermando che la traduzione letteraledella coppia di versi porta a leggerli nel senso di un rifiuto della ge-nerazione futura. interessante, per, lulteriore osservazione chefa Schofield: sarebbe strano che in 8.19-20 ci trovassimo di frontead una presa di posizione cos netta sullatemporalit, poco primadi quella che parrebbe essere la conclusione di un ragionamento di-verso. Il verso 8.21 infatti dice:

tj gnesij mn psbestai ka pustoj leqroj.

Cos la nascita si spegne e la morte rimane ignorata.

In tutti questi versi lobiettivo dellautore (o del presunto interpola-tore) sarebbe stato semplicemente quello di negare la genesi e la di-struzione dellessere. Schofield , per, consapevole di non aver an-cora demolito linterpretazione tradizionale. Si pu con Owen, in-fatti, ritenere che da questa immutabilit si passi allatemporalit at-traverso quel passaggio implicito che ho prima illustrato. Ma lin-

Leternit di Parmenide Storia di un dibattito

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tervallo che corre tra laffermazione secondo cui il soggetto nonmuta e quella secondo la quale per esso non hanno senso passato efuturo, sostanziale e richiede una speculazione non necessaria, adetta di Schofield, se ci si rif allinterpretazione di Frnkel 26.

Il punto che emerge da questo articolo proprio la questionedellesplicito. E cio: perch Parmenide non avrebbe dovuto espli-citare unintuizione come quella delleternit? Schofield cerca nellepagine restanti dellarticolo di trovare ragioni che possano fondarequesta intuizione, e che siano alternative a quelle di Owen. Ma laquestione dellesplicito rimane immutata. E del resto, aggiungo,non pu nemmeno essere scavalcata immaginando la perdita diqualche parte rilevante del poema. Mentre degli altri caratteri ab-biamo una dimostrazione allinterno del frammento 8, il caratteredellatemporalit enunciata al verso 8.5 non ne possiede: ma solo inquesto contesto era possibile trovarla. Infatti, il frammento 8 iniziacon lelenco dei caratteri dellessere e ter