NEL TRENTENNALE DELLA MORTE DEL GRANDE .2017-01-13 · di quelle memorie di deportazione, ... dente

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    Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita: da qualunque paese tu venga, tu non sei un estraneo. Fa che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia inutile la nostra morte. Per te e per i tuoi figli, le ceneri di Auchwitz valgano di ammonimento: fa che il frutto orrendo dellodio, di cui hai visto qui le tracce,non dia nuovo seme, n domani n mai.

    (P. Levi, Memorial di Auschwitz, in Gabriella Poli e Giorgio Calcagno,Echi di una voce perduta. Incontri, interviste e conversazioni con Primo Levi,

    Mursia, Milano1992)

    In una celebre pagina de Il sistema periodico, il pi auto-biografico dei suoi libri, Primo levi aveva ricordato, conuno stile sofferto ed intenso, per nulla equiparabile aquel rapporto che si fa a fine settimana in fabbrica1 e che avrebbe costituito in seguito il suo ideale modello

    letterario , i giorni immediatamente successivi al rientro inpatria. Il brano significativo in quanto contiene non solo larivelazione della genesi della sua attivit di scrittore, ma an-che lattestazione di come egli intendesse il termine testimo-nianza, orale o scritta che fosse.

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    NEL TRENTENNALE DELLA MORTE DEL GRANDE SCRITTORE TORINESE

    Allatavica contrapposizione tra storia e memoriasi aggiunge la questione del rapporto tra storia e testimonianza che in Levi rimane irrisolta.Lopera di Levi si offre come fonte inesauribile di impegno morale e civile

    Storia e testimonianza nellopera di Primo Levi DAVID BALDINI

    TEMPI MODERNI/IL GIORNO DELLA MEMORIA

  • NEL TRENTENNALE DELLA MORTE DEL GRANDE SCRITTORE TORINESE

    TEMPI MODERNI/IL GIORNO DELLA MEMORIA

    E risolta non , a mio parere, neppure oggi, nonostante iprogressi registratisi nel campo degli studi leviani, che si sonorivelati particolarmente intensi in questi ultimi due decenni.A fornirci una misura del rinnovamento in corso stato, di re-cente, Marco Belpoliti, il quale, nellIntroduzione al suo libroPrimo Levi di fronte e di profilo quasi a voler ribadire, ac-centuandola, limmagine di un levi-centauro, come notoaccreditata dallo scrittore stesso ha osservato: al di ldella vulgata che lo semplifica e lo riduce a un santino, [levi] uno scrittore complesso e impervio, che contiene moltepliciaspetti spesso non immediatamente visibili. Se si prova aelencare in modo sommario alcune di queste facce, bisognaparlare di lui come di un testimone e insieme di uno scrittore,del chimico e del linguista, delletologo e dellantropologo; poici sono le facce del diarista e dello scrittore autobiografico,del narratore orale, dello scrittore politico, dello scrittoreebraico, dellautore italiano e di quello piemontese; e ancoraci sono: il poeta, lautore di racconti e quello di romanzi e diaforismi. Un levi insomma, conclude lo studioso, uomo co-mune e al tempo stesso uomo di genio, nonch scrittorea tre, o forse persino a quattro dimensioni.

    Per comprendere appieno il cammino fatto in questi anni,basterebbe del resto soffermarsi sul solo levi-scrittore: ri-cordo che, sempre in occasione del Convegno di Saint-Vin-cent, un critico di valore come Cesare Cases - il quale purenon aveva esitato a parlare di arte a proposito di Se que-sto un uomo si interrogava ancora, nella sua relazione in-titolata La scoperta di Primo Levi come scrittore, se imaggiori esponenti della nostra letteratura nel primo dopo-guerra dovessero essere considerati Pavese e Vittorini, o nonpiuttosto, come egli credeva, i due levi [Primo e Carlo] e En-nio Flaiano (per Tempo di uccidere, tutti comunque da iscri-vere pur sempre a suo giudizio nella schiera degliscrittori-testimoni. Eppure, si potrebbe osservare, non eramancato chi, come Italo Calvino, gi nel 1948, recensendoSe questo un uomo, ne aveva colto - con la consueta acu-tezza lo spiccato carattere letterario, parlando di vera po-tenza narrativa.6 Ebbene, sono passati poco pi di duedecenni da Saint-Vincent ed oggi, se Tony Judt scrive che, trale figure del XX secolo, Primo levi il personaggio che egliavrebbe voluto ricordare e commemorare, 7 Robert S. Gor-don, facendogli da controcanto, sostiene che lo scrittore to-rinese possiede tutti i requisiti per essere considerato ildegno rivale di Elie Wiesel, quale incarnazione dello scrit-tore-sopravvissuto-testimone.8 Il tutto, vale la pena di sot-tolineare, mentre, ancora alla met degli anni Novanta delsecolo scorso, il nome di levi il quale, nel corso della suaesistenza, aveva conseguito quasi tutti i principali premi pre-visti dalle nostre istituzioni letterarie non figurava ancorain alcun dizionario letterario.9

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    Queste le sue parole: le cose viste e sofferte mi brucia-vano dentro; mi sentivo pi vicino ai morti che ai vivi, e col-pevole di essere uomo, perch gli uomini avevano edificatoAuschwitz, ed Auschwitz aveva ingoiato milioni di esseriumani, e molti miei amici, ed una donna che mi stava nelcuore. Mi pareva che mi sarei purificato raccontando, e misentivo simile al Vecchio Marinaio di Coleridge, che abbrancain strada i convitati che vanno alla festa per infliggere loro lastoria di malefizi. Scrivevo poesie concise e sanguinose, rac-contavo con vertigine, a voce e per iscritto, tanto che a pocoa poco ne nacque un libro; scrivendo trovavo breve pace e misentivo ridiventare uomo, uno come tutti, n martire n in-fame n santo, uno di quelli che si fanno una famiglia, eguardano al futuro anzich al passato.2

    Moltissimi altri sono i passi che si potrebbero citare a so-stegno di questa volont di testimonianza, tradottasi poi indovere;3 mi limito a citarne solo un altro, perch, essendostato scritto pochi mesi prima di morire, suona come con-ferma ultima di un impegno cui lo scrittore torinese tennefede fino alla fine. Nella Prefazione a La vita offesa. Storia ememoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento soprav-vissuti, egli aveva infatti osservato: Per il reduce, raccon-tare impresa importante e complessa. percepita ad untempo come obbligo morale e civile, come bisogno primario,liberatorio, e come promozione sociale: chi ha vissuto il La-ger si sente depositario di unesperienza fondamentale, in-serito nella storia del mondo, testimone per diritto e perdovere, frustrato se la sua testimonianza non sollecitata erecepita, remunerato se lo .4

    Ecco che allora uno dei corni del dilemma, presente nel ti-tolo di questa mia relazione, quello della testimonianza,viene subito a cadere: levi, come egli stesso ci attesta intutta la sua vita di ex deportato, volle essere e fu di fattodopo la liberazione un testimone fedele e intransigentedellindicibile genocidio nazista.

    Se per mischiamo in lui il termine testimonianza, indis-sociabile dalla memoria, con quello di storia, ecco chesubito si crea un corto circuito che rimette in discussione iltutto. Non a caso, a proposito dellatavica opposizione trastoria e memoria, Maurice Halbwachs, morto in lager, avevagi a suo tempo osservato: la storia percepisce solo le dif-ferenze e le discontinuit, mentre la memoria guarda soloalle somiglianze e alla continuit.5

    Si consideri che, venti anni fa, su questo stesso tema, fuorganizzato a Saint-Vincent in occasione del decennaledella morte dello scrittore torinese un apposito convegno,dal titolo Primo Levi testimone e scrittore di storia. Gi al-lora, dunque, era viva, negli organizzatori, la consapevolezzache la questione del rapporto tra storia e testimonianza, inlevi, era ben lontana dallessere risolta.

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    Di questo mutato clima si recentemente fatto interprete seppure su un versante diverso da quello letterario - an-che David Bidussa, allorch, nel suo libro Dopo lultimo te-stimone, aveva scritto: Quando i testimoni oculari sarannoscomparsi, quando quelle voci non avranno pi voce, ci ri-troveremo con un archivio definito di storie, che racconte-ranno scenari e situazioni. Si tratter allora di far lavorarequelle storie narrate come documenti. In quel momento av-verr, consapevolmente per noi, il passaggio irreversibile traNovecento e attualit.10

    Eccoci dunque arrivati al punto: il momento topico della ir-reversibilit del passaggio, indicato da Bidussa, giunto enoi, oggi, siamo chiamati a fare delle scelte davvero cruciali.Essendo la contrapposizione tra storia a memoria la stessa diun tempo, se noi oggi volessimo riassumere i termini dellaquestione, credo che non potremmo che dire cos: dobbiamocontinuare a parlare di storia considerando la Shoah come unincidente, un evento sicuramente tragico, ma da mettereormai tra parentesi, o dobbiamo considerare il genocidio na-zista come un fatto permanente, la cui esemplarit ci co-stringe ad assumerlo ancor oggi come vera e propriapietra dinciampo nella considerazione della storia nel suocomplesso? E, secondariamente, se ci si sottomette alle ine-sorabili leggi del tempo e ci si rassegna alloblio, che ne sardi quelle memorie di deportazione, di quelle testimonianzeche tanto hanno contribuito per diverse generazioni allanostra educazione di uomini, inclini a vedere nel nostro pros-simo non un nemico, ma un altro noi stesso?

    Ricordo che lo storico Stuart J. Woolf, traduttore in inglesedi Se questo un uomo e de La tregua, gi in occasione delConvegno di Saint-Vincent, ebbe ad esprimere il seguenteperentorio giudizio sul levi scrittore di storia: la storia, ins, non era di interesse diretto per levi. Egli non solo nonera uno storico, ma era distante per formazione profes-sionale e intellettuale, per curiosit letteraria e predilezionedi letture dallapproccio e da ci che chiamerei un po pom-posamente la forma mentis dello storico, anche se evi-dente che condivideva una delle aree di indagine della storiacontemporanea pi difficili da analizzare: quella dei campi diconcentramento e di sterminio nazisti.11 Ed sempre lostesso Woolf che, in un altro passo della sua relazione, dopo