Antonio Gnoli Intervista Boris Pahor - La Repubblica - 05.05.2013

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    STRAPARLANDO

    RCULT 50

    DOMENICA 5 MAGGIO 2013

    llaa RReeppuubbbblliiccaa

    LA BIOGRAFIABoris Pahor natoa Trieste il 26 agosto1913. Scrittore sloveno,la sua opera pi nota il romanzoautobiograficoNecropolisulla prigioniaa Natzweiler-Struthof

    IL CAPOLAVORONecropoli(Fazi)racconta la storiadi un ex deportatoche arrivatra i turistial campodi Natzweiler-Struhof sui Vosgi.Davanti al lagerdivenuto museoinizia a ricordarela sua prigionia

    I RACCONTIIl rogo nel porto(Zandonai) la raccolta di storieche si snodanosullo sfondo di Trieste,la citt veraprotagonistanelle sue diversestagioni. Tra gli spuntiautobiografici,non mancalesperienza del lager

    l bar Luksa di Prosecco, pochi chilometri da Trieste, sulla mez-za costa che guarda il mare, mi attende Boris Pahor. Arrivo che gi l, di prima mattina, seduto di spalle alla grande specchie-ra, in attesa di un piccolo caffellatte. Ha appeso il cappotto e ilbasco e tra le mani stringe un giornale sloveno che parla di lui.Loccasione, credo, sia la pubblicazione di Figlio di nessuno

    unautobiografia (scritta in collaborazione con Cristiana Bat-tocletti) che racconta la sua vita. Pahor compir alla fine di ago-sto centanni e la sua vita per come si svolta si pu considera-re davvero straordinaria. Dice che per giungere al bar, da doveabita a un paio di chilometri, prende un autobus. un uomoenergico e minuto quello che siede di fronte a me. Vestito conla dignit che si usava in certe domeniche di paese. I grandi oc-chiali disperdono il volto affilato, la voce risuona ancora chiarae netta. Una frase mi colpisce: Le parole non redimono la con-dotta umana, ma aiutano a chiarirla, a spiegarla, a intenderla.

    C una parola che predilige?Un tempo stata la parola No. Lho pronunciata, a volte

    gridata, nella consapevolezza che dovessi op-pormi a qualche ingiustizia. Ci scrissi anche unlibroTre volte no: no al fascismo, no al nazismo,no alla dittatura comunista. Ho imparato que-sti no a mie spese, sulla mia pelle.

    Quando il No si affacciato la prima volta?Avevo sette anni, a Trieste i fascisti diedero

    fuoco al Narodni, ledificio nel quale era stata ri-cavata la sede della casa della cultura slovena.Fu linizio di una lunga persecuzione per il no-stro popolo. I libri nella nostra lingua venivano

    accatastati e bruciati, a scuola dovevamo can-cellare le nostre origini. Ci obbligarono a parla-re e scrivere esclusivamente in italiano. Questofu per me, per noi sloveni, il fascismo. E il No chene consegu.

    Come visse il trauma?Con enorme sofferenza, paura e vergogna.

    Ancora oggi non mi rassegno a quelle umilia-zioni. I miei mi mandarono in seminario. Anchel dovevamo leggere e scrivere in italiano. Ri-cordo che il maestro mi obblig sadicamente aleggere un mio tema. I compagni scoppiaronoa ridere per gli strafalcioni che conteneva. Ave-vo perfino scritto che il piroscafo sanneg in-vece di naufrag. Mio padre decise a quelpunto che avrei preso delle lezioni private.

    Cosa faceva suo padre?Era un venditore ambulante. La nostra famiglia triestina era

    dedita al piccolo commercio. Pap vendeva soprattutto burro,ricotta e miele. Girava per i mercati con una cassapanca forni-ta di ruote. Poi alzava una tenda, che quando cera la Bora eradifficiliss imo tenerla su. E lestate il caldo scioglieva il burro. Ca-pii che quel lavoro era una dannazione e che se avessi potutoavrei fatto altro nella vita.

    Intanto studiava.Gi, ma le scuole fatte in seminario non erano equiparate e

    mi ritrovai a dover sostenere gli esami di liceo nientemeno chein Africa, dove ero stato spedito durante la guerra. Feci lesamedi maturit a Bengasi. Eravamo in 36 e solo in tre passammo.

    Che ricordo ha dellAfrica?Niente di particolare. Come sloveno ero macchiato. Per a

    Bengasi, pi che a Tripoli, cera una buona convivenza tra le po-

    A

    ANTONIO GNOLI

    stapo. Fui lungamente torturato.Cosa volevano i tedeschi?Sapere chi mi aveva consegnato il volantino, che poi era un

    proclama per la liberazione di Trieste.E lei?Ho resistito, per fortuna parlavo abbastanza tedesco per po-

    ter fornire una storia convincente. Invece di impiccarmi mispedirono a Dachau.

    Questa storia tragica lei lha raccontata in quel romanzo av-vincentee disperato che Necropoli. Lei era un prigioniero po-litico cosa la distingueva dagli ebrei?

    Avevamo disegnato un triangolo rosso, con cui i nazisti di-stinguevano il deportato politico. Ovviamente, era diverso ilnostro status. Voglio dire che nessuno di noi era destinato allecamere a gas. Finivamo nei campi di lavoro. E qui spesso si tro-vava la morte per malattia o per stenti. A un certo punto mi tra-

    polazioni. Ma non ho grandi ricordi. Gli inglesi ci bom-bardavano e noi sentivamo che quella guerra si stava per-dendo. Poi contrassi litterizia e fui rispedito in Italia. Erail gennaio del 1941. Fino allotto settembre del 1943 holavorato nel servizio informazioni militari come inter-prete.

    L8 settembre fu la data della disfatta. A lei cosa ac-cadde?Cera il caos. Tutti cercavamo di metterci in abiti ci-

    vili. Tornai a Trieste, pensando di entrare nelle fi le par-tigiane. La mamma mi port gli scarponi da monta-gna. Alla fine decisi di restare in citt, anche da l sipoteva fare la lotta clandestina. Malauguratamen-te una mattina irruppe in casa nostra un gruppodi domobranci. Formavano unorganizzazioneclerico-fascista di Lubiana che rastrellava la zo-na a caccia di partigiani. Trovarono un volanti-no, mi arrestarono, consegnandomi alla Ge-

    Il grande autore sloveno racconta

    la guerra, il lager, la letteratura

    PAHOR

    BORIS

    Mi ha salvatoconoscereil tedescoEvitaiil lavoronelle gallerie

    A cento anni scrivo e prendo lautobusmi spaventa lidea di dover lasciare la vita

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    DOMENICA 5 MAGGIO 2013llaa RReeppuubbbblliiccaa

    RIPRODUZIONE RISERVATA

    IL ROMANZOQui proibito

    parlare (Fazi)descrive la puliziaetnica antislovenanella Triestedegli anni Trentaattraverso la storiadi Ema e Danilo.Insieme vivrannola guerrae il riscattodella loro cultura

    sferirono nel campo di Harzungen. Allalba si partiva per Dora.Qui lavoravamo nelle gallerie sul confine franco-tedesco. Il no-stro compito era sgombrare il terreno dalla rotaie. Lo spazio ri-cavato serviva per ultimare la costruzione dei razzi V2. In queitunnel, in cui la temperatura scendeva sotto zero e il vento ge-lido soffiava implacabile, sono morti ventimila prigionieri. Og-gi non si parla pi del campo Dora e delle sue vittime. E del mo-do in cui alcune tra loro cercarono eroicamente di sabotare imissili e furono ripagate con limpiccagione.

    Perch non se ne parla?Perch il capo del progetto V2era Wernher von Braun. Do-

    po la guerra lo scienziato nazista fu accolto dagli americani emesso a capo del progetto di conquista dello spazio. Gli diede-ro medaglie e onorificenze, dimenticando cosa era stato que-sto signore iscritto al partito nazista fin dal 1937.

    Come ha fatto a cavarsela, a sopravvivere a tutto questo?

    La conoscenza di alcune lingue ha fatto s che potessi servi-re come interprete. Poi, grazie a una serie di circostanze, riusciia diventare infermiere. Incarichi che mi risparmiarono il lavo-ro nelle gallerie. Era lautunno inoltrato del 1944. La sensazio-ne che la guerra fosse perduta esasper il comando tedesco chedecise di trasferirci a Bergen Belsen, un lager la cui fama era le-gata alla morte. Vi venivano trasferiti i deportati in fin di vita oquelli che sarebbero stati eliminati. Facemmo un allucinanteviaggio in treno di quattro giorni. Si sparse la voce che ci avreb-bero eliminati con del veleno nella minestra. Ci rincuor senti-re il rombo degli aerei alleati.

    Quando fin quellincubo?Gli inglesi entrarono a Bergen Belsen quattro giorni dopo il

    nostro arrivo. Ci somministrarono i primi aiuti. Ci chiesero diaspettare lindagine di una commissione. Ero impaziente, per-ci decisi di unirmi a un gruppetto di persone che con mezzi di

    fortuna attravers lOlanda, il Belgio e infine la Francia. Giunsia Lille e qui mi recai in un centro di accoglienza della Croce Ros-sa. Scoprirono che avevo contratto la tisi e mi spedirono in unsanatorio. Mi innamorai di uninfermiera. Anzi, fu lei a interes-sarsi a me. Ero inzuppato di morte. E questa ragazza, attraentee imprevedibile, rappresent la mia rinascita.

    Come si chiamava?Arlette. Fu una vicenda damore bella e contrastata. Dopo il

    mio ritorno a Trieste la rividi due volte. Si era sposata. Anni do-po scrissi un romanzo su questa storia. Volevo che lei lo sapes-se. Ma seppi che era morta da un mese. La sorella mi disse cheattraverso un programma radiofonico aveva saputo del libro e

    che glielo compr. Non so se ha fatto in tempo a leggerlo.Cosa stato per lei scrivere?

    Un modo per riaffermare le mie radici. La felicit di ritro-

    vare ogni volta la mia identit. Ma al tempo stesso stata unacura, un modo per scaricare quello che portavo dentro.Scaricare un verbo forte. Ma credo renda lidea di co-

    sa vuol dire liberarsi dallangoscia della morte.In molti sopravvissuti ha albergato la tentazione

    del suicidio. E in lei?Non lho mai avvertita. Ma non detto che in

    una specie di smarrimento uno non lo faccia sen-za saperlo di fare.

    Lei che ha vissuto a contatto con la morte, og-gi la spaventa?

    Mi spaventa di dover lasciare la vita. Pensoche leternit sia un grande vuoto. C la conso-

    lazione del cristianesimo. Ma bisognerebbe ave-re la fede.

    E lei non ce lha?Del cristianesimo mi piace linsegnamento del-

    lamore e del perdono. Ma accanto a Cristo ci sono mi-lioni di Cristi, gente che soffre. Se Dio immensa-mente potente e buono, perch tutto questo acca-

    duto?Lei nato a Trieste quando ancora cera limpero

    asburgico. Sente limportanza della Mitteleuropa?

    Siamo stati educati da Vienna. Ma in me prevale la par-te mediterranea. Ci sono la vite e il mare nel mio cuore. Laprima cosa che scrissi riguardava il mare. Poi sono venute letragedie.

    Cosa le hanno lasciato?Ferite che non si rimarginano. La letteratura dovrebbe rac-

    contare questo dolore. Insegnare a fare attenzione al pericolodi perdere la libert.

    Come oggi la sua vita?Sono una persona solitaria. Non amo i salotti. Mi alzo alle sei

    e trenta e alle sette ascolto la radio slovena. Mangio pochissi-mo. Scrivo, a volte passeggio. Prendo lautobus per spostarmi.Se devo incontrare qualcuno preferisco farlo qui nel retro diquesto bar.

    Vedo che proprio dietro di lei hanno installato due slot-ma-chine.

    Le hanno messe da poco. Mi disturbano, ma che ci posso fa-re? A quasi centanni, ho imparato la sopportazione.

    Come li festegger?A Lubiana, una casa editrice sta preparando una pubblica-

    zione su di me. Andr presto a Lille per un incontro e poi a Stra-sburgo nella grande libreria Klber. Ci vado perch sta cre-scendo il disinteresse per il passato.

    Non c pi memoria?Dilaga loscurit e con essa lindistinzione.E il futuro?Non mi aspetto granch. Se ragiono con la mente chiara mi

    fido poco delluomo e delle sue pulsioni. Basta vedere cosa ac-caduto nel Novecento. Ma poi mi dico: Boris, se tu sei qui a rac-contarlo, e qualcuno ancora ascolta, allora non si proprio so-li. Non abbiamo del tutto fallito.

    DISEGNO

    DI RICCARDO MANNELLI

    LAUTOBIOGRAFIAIn Figliodi nessuno(Rizzoli), scrittocon CristinaBattocletti,lautore raccontala sua vita:linfanzia povera,le discriminazioni,il lager,la Resistenza,la famiglia

    Uscii dal campo

    inzuppatodi morte,una ragazza fula mia rinascita